Aveva nove anni quando il comunismo crollò, e nella sua cameretta di bambino campeggiava la fotografia di un giovane avvocato che chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria. Non il Vladimir Putin dei Carpazi che sarebbe diventato, ma il Viktor Orbán del 1989: simbolo di libertà, non di potere. Trentasei anni dopo, il 12 aprile 2026, con un’affluenza record del 77,8%, Péter Magyar ha messo fine a sedici anni di governo ininterrotto di quell’uomo, e lo ha fatto partendo esattamente dall’interno del sistema che lo aveva formato.
Magyar nasce il 16 marzo 1981 a Budapest, da una famiglia di giuristi: la madre è stata giudice dell’Alta Corte, il nonno una figura di rilievo dello Stato: un ambiente privilegiato, cattolico, conservatore. Studia legge all’Università cattolica di Budapest e per anni è un fedele di Fidesz, il partito di Orbán: ne assorbe il linguaggio, le regole, le dinamiche interne fino a padroneggiarle perfettamente.
Il suo ingresso nella politica è però obliquo. Nel 2006 sposa Judit Varga, compagna di partito destinata a diventare ministra della Giustizia. Passa per Bruxelles, poi per una banca statale e la guida di un’agenzia per i prestiti agli studenti. I vertici di Fidesz lo trovano troppo autonomo, difficile da ingabbiare. Rimane ai margini: all’ombra della moglie, mai protagonista. Poi, nel 2023, il matrimonio finisce. E con esso, la sua posizione nel sistema.
La svolta esplode nel 2024 con lo scandalo del perdono presidenziale concesso a un uomo coinvolto in una vicenda di abusi sessuali su minori: uno scandalo che travolge la ex moglie Varga e apre una breccia nella narrazione etica di Fidesz. Magyar decide di sfruttarla. In un’intervista senza filtri al canale Partizan muove accuse frontali di corruzione e abusi al sistema: il video raccoglie milioni di visualizzazioni e lo catapulta, quasi dal nulla, al centro della scena.
Fonda il partito Tisza – dal nome del Tibisco, il fiume che attraversa la grande pianura ungherese – con l’ambizione dichiarata di incarnare il cambiamento del Paese. Solo quattro mesi dopo la fondazione, alle elezioni europee del 2024, il neonato movimento sfiora il 30%: un vero terremoto politico.
A sostenere l’ascesa c’è un’organizzazione sorprendente per un movimento così giovane. Si formano gruppi di decine di migliaia di volontari – le cosiddette “isole Tisza” – che spingono la campagna dal basso, quartiere dopo quartiere. Magyar riesce a entrare nelle zone rurali senza perdere l’elettorato urbano e progressista, tenendo insieme patriottismo e critica al sistema, identità nazionale e apertura all’Europa. Parla agli ungheresi con quello che lui chiama il linguaggio dell’umanità: un registro trasversale, capace di attraversare le tradizionali linee di frattura del Paese.
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Non mancano le ombre. I suoi avversari lo hanno accusato di essere semplicemente un voltagabbana che ha vissuto dentro il sistema e ora lo combatte, e c’è chi lo definisce un “baby Orbán”, sfuggente e ambiguo quanto il suo ex idolo. Magyar ha anche denunciato che persone legate al governo stavano preparando la diffusione di un video per screditarlo, parlando di una campagna “in stile russo”.
Con il proseguire dello spoglio, Tisza si è orientata verso i due terzi della maggioranza: 138 seggi contro i 54 di Fidesz, una sconfitta storica per il premier uscente. Dal palco a Budapest, Magyar ha dichiarato: “Ce l’abbiamo fatta. Non con un piccolo margine, ma con uno molto ampio. Insieme abbiamo liberato l’Ungheria”.
Le reazioni internazionali sono arrivate immediate. Macron si è congratulato parlando di “vittoria della partecipazione democratica”; il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è detto impaziente di una cooperazione “per un’Europa forte, sicura e soprattutto unita”. Anche Giorgia Meloni ha fatto i suoi auguri, ringraziando nel contempo l’amico Orbán “ora all’opposizione”. Magyar ha già annunciato che il suo primo viaggio ufficiale sarà in Polonia per “rafforzare un’amicizia millenaria”, il secondo a Vienna, il terzo a Bruxelles, “per portare a casa i fondi UE a cui gli ungheresi hanno diritto”.
La vittoria di Magyar è qualcosa di raro: il primo successo elettorale genuino contro una realtà sovranista consolidata nell’Europa degli ultimi anni. Non costruita dall’opposizione storica – che in Ungheria era praticamente inesistente come forza credibile – ma da qualcuno che il sistema lo conosceva dall’interno, con tutti i rischi e le contraddizioni che questo comporta.
Adesso viene la parte più difficile. Il governo Magyar dovrà misurarsi con istituzioni, regole, burocrazie e reti territoriali modellate in sedici anni di dominio di Fidesz. Le promesse sono ambiziose: sbloccare i fondi europei congelati, combattere la corruzione, ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Dal poster appeso in cameretta alla telefonata di congratulazioni del suo ex idolo, la parabola di Péter Magyar si chiude con un epilogo che, solo due anni fa, sembrava fantapolitica. Ora l’Ungheria – e l’Europa intera – aspettano di vedere se saprà trasformare la vittoria in un nuovo inizio.
