Il 25 novembre 2025, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, doveva segnare un momento storico di unità parlamentare. Invece, si è trasformato in una giornata di scontro politico e accuse reciproche. Se alla Camera il ddl sul femminicidio è stato approvato all’unanimità con 237 voti favorevoli, al Senato il disegno di legge sul consenso in materia di violenza sessuale si è improvvisamente arenato, mandando in frantumi l’accordo politico raggiunto appena tredici giorni prima tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein.
Il provvedimento, che aveva ottenuto il via libera unanime alla Camera, introduceva nel Codice penale il principio del consenso libero e attuale come fondamento del reato di stupro. L’intesa bipartisan del 12 novembre aveva rappresentato un raro esempio di convergenza politica su un tema delicato, con l’obiettivo di dare al Paese una legge più moderna ed efficace contro la violenza sessuale. Ma nella commissione Giustizia di Palazzo Madama, presieduta dalla leghista Giulia Bongiorno, la maggioranza ha chiesto di riesaminare il testo prima di licenziarlo definitivamente.
La richiesta ha scatenato l’ira delle opposizioni. I senatori del Pd Alfredo Bazoli e Ivan Scalfarotto hanno accusato il centrodestra di aver “stracciato il patto Meloni-Schlein”, mentre i rappresentanti di Pd, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Alleanza Verdi e Sinistra hanno abbandonato in blocco la riunione della commissione. Per il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia si è trattato di un “grave arretramento rispetto a un accordo politico”, mentre Andrea Quartini del M5s ha parlato di un “patto di lealtà tradito” proprio nella giornata simbolica contro la violenza sulle donne.

La senatrice Giulia Bongiorno, eletta con la Lega e relatrice del ddl, ha difeso la scelta spiegando che il provvedimento è arrivato in commissione nella stessa giornata e che, in assenza di unanimità, era necessario procedere con cautela. Ha annunciato un ciclo di audizioni “breve e mirato” su alcuni aspetti tecnici segnalati dai senatori di maggioranza, in particolare sull’ultimo comma dell’articolo che riguarda i casi di minore gravità della violenza sessuale. A sollevare perplessità sono stati la leghista Erika Stefani, il forzista Pierantonio Zanettin e il meloniano Andrea Berrino.
Stefani ha precisato che non c’è “nessun pregiudizio sul testo”, ma che serviva tempo per studiare la proporzionalità delle pene: “Sono puniti nella stessa maniera la mancanza di consenso e la violenza. Abbiamo bisogno di un minimo di tempo per studiarlo”. Bongiorno ha aggiunto che il provvedimento è “importantissimo” anche per garantire omogeneità nell’applicazione della legge da parte dei giudici, sottolineando che “in Italia è come se ci fosse una giurisprudenza che esalta il consenso, poi c’è il singolo giudice che invece si attiene al testo normativo”.
La segretaria del Pd Elly Schlein, presente alla Camera per votare il ddl sul femminicidio, ha rivelato di aver sentito telefonicamente la premier Meloni “proprio per chiederle di rispettare gli accordi”, senza però svelare la risposta ricevuta. “Sono una persona che rispetta gli accordi, quello che una forza responsabile deve fare”, ha dichiarato Schlein, aggiungendo che “sarebbe grave se sulla pelle delle donne si facessero rese dei conti post elettorali all’interno della maggioranza”.
Il riferimento è al voto delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna e dell’Umbria, svoltesi appena il giorno prima, che hanno visto la vittoria del centrosinistra. In molti, nelle opposizioni, leggono dietro la retromarcia al Senato un intervento diretto della premier Meloni, anche se il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha precisato che si è trattato di “un’iniziativa non del governo ma dei gruppi, in particolare della Lega”.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa, che aveva messo in campo tutte le sue prerogative per permettere il voto in Aula già il 25 novembre, aveva dichiarato ai cronisti: “”Se la commissione Giustizia finisce i lavori, alle 16.30 lo discutiamo in Aula. Altrimenti faremo un dibattito sulla Giornata, che è comunque importante. Non macchierei questa bella convergenza di volontà con polemiche””. Ma la convergenza si è infranta proprio in commissione.
Alla Camera, nel frattempo, le opposizioni hanno chiesto una sospensione dei lavori sul ddl femminicidio in attesa di chiarimenti su quanto stava accadendo al Senato. Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra ha sollecitato l’intervento della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella per spiegare “se c’è ancora un accordo” tra maggioranza e opposizione. La richiesta di sospensione è stata respinta a maggioranza e si è proceduto con il voto finale.
Il provvedimento approvato alla Camera introduce all’interno del Codice penale il nuovo articolo 577-bis sul reato di femminicidio, una fattispecie specifica di omicidio che prevede l’ergastolo per chiunque provochi la morte di una donna per discriminazione di genere, odio, prevaricazione o mediante atti di controllo, possesso o dominio. La legge era già stata approvata al Senato durante l’estate con un via libera bipartisan e rappresenta, secondo le parole della stessa Meloni, “una rivoluzione giuridica e culturale che ci rende tra le prime nazioni in Europa e nel mondo a percorrere questa strada”.
Il ddl sul consenso, con le modifiche che verranno apportate al Senato dopo le audizioni richieste dalla maggioranza, dovrà quindi tornare alla Camera per una terza lettura prima di diventare legge. Secondo indiscrezioni, potrebbero essere eliminati riferimenti specifici come l’aggettivo “attuale” nella definizione del consenso. La senatrice Bongiorno ha assicurato che “non affosserò questo ddl che porteremo avanti”, ma ha ribadito che “se in un giorno o qualche giorno” in più si riesce a migliorare il testo, vale la pena aspettare.



