Il caso del delitto di Garlasco torna al centro delle cronache giudiziarie con elementi che potrebbero riscrivere una delle pagine più controverse della giustizia italiana. Secondo quanto emerge dalle indagini della Procura di Pavia, diretta da Fabio Napoleone, Andrea Sempio non solo aveva un movente per uccidere Chiara Poggi, ma gli indizi a suo carico si sono moltiplicati negli ultimi mesi fino a configurare un quadro accusatorio che i magistrati definiscono fatto di elementi plurimi e convergenti. I magistrati sostengono di aver ricostruito nel dettaglio ciò che avrebbe spinto Sempio all’omicidio, un elemento che verrà svelato in primavera insieme agli altri dettagli dell’inchiesta. L’orientamento dei pubblici ministeri è di chiudere le indagini all’inizio del 2026 e procedere con la richiesta di rinvio a giudizio per Sempio.
Al centro delle nuove acquisizioni investigative c’è il risultato dell’incidente probatorio sul Dna trovato sulle unghie della vittima. Le analisi compiute dalla perita Denise Albani hanno rilevato un profilo genetico compatibile con quello di Andrea Sempio, oggi 37enne e all’epoca dei fatti amico di Marco Poggi, fratello di Chiara. Il dato scientifico, pur non potendo indicare con certezza assoluta un singolo individuo, riconduce a una cerchia talmente ristretta di persone da rendere l’elemento genetico quasi univoco.
La cerchia identificata attraverso l’analisi del cromosoma Y comprende il padre, gli zii ed eventuali cugini maschi di Sempio nella linea paterna. Una manciata di persone, nessuna delle quali ha mai messo piede nella villetta di via Pascoli. Tranne una: proprio Andrea Sempio, che frequentava assiduamente la casa in quanto amico del fratello della vittima.

Per anni si è ritenuto che i dati sul Dna estratti dalle unghie di Chiara non fossero utilizzabili per alcun tipo di comparazione. Lo stesso perito del processo d’appello, Francesco De Stefano, aveva consumato per intero il materiale genetico durante le analisi nel 2014, su richiesta della parte civile che sosteneva la presenza del Dna dell’assassino. All’epoca venne accertato il mancato match con Alberto Stasi, il fidanzato condannato a 16 anni di reclusione, ma secondo la difesa di Stasi quei dati rimanevano scientificamente inutilizzabili.
Oggi la perizia della dottoressa Albani smentisce quella tesi. I software utilizzati per la biostatistica rappresentano lo standard internazionale in campo forense: uno prende in considerazione 349.750 soggetti nel mondo, l’altro 39 mila profili europei. Secondo i magistrati pavesi, inoltre, esiste un giallo nel giallo: all’epoca il perito De Stefano non avrebbe effettuato due repliche identiche con lo stesso quantitativo di materiale, come invece venne scritto nella sua relazione. Al variare del quantitativo, i risultati non potevano che essere diversi. De Stefano venne sentito nel 2017 dall’allora pubblico ministero Mario Venditti, che archiviò rapidamente Sempio, ma non emerse mai questa anomalia.
Proprio l’inchiesta di Brescia per corruzione in atti giudiziari che vede ora indagato Venditti, in pensione, e il padre di Sempio solleva interrogativi su quella rapida archiviazione del 2017. L’ipotesi investigativa è che il magistrato avrebbe ricevuto denaro per scagionare Andrea Sempio. Venditti ha sempre ribadito la sua posizione: il colpevole è uno ed è Stasi, come stabilito dalle sentenze definitive.
La battaglia difensiva si è ora spostata sul come il Dna di Sempio sia finito sulle mani della vittima. Per i legali dell’indagato si tratterebbe di un contatto indiretto: Chiara avrebbe semplicemente toccato un oggetto, come il telecomando o la tastiera del computer, manipolato in precedenza da Sempio durante una delle sue visite in casa Poggi. Il Dna, infatti, può rimanere sulle superfici a lungo.
Per la Procura e i carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano questa tesi è però smentita da un dato significativo: non c’è traccia del Dna dei familiari che certamente hanno manipolato numerosi oggetti in casa, né di quello del fidanzato Alberto Stasi che era stato con Chiara fino alla tarda serata precedente al delitto. Secondo gli inquirenti, questo elemento indica che Sempio era sulla scena del crimine al momento dell’omicidio.
Il Dna non è l’unico elemento raccolto dagli investigatori. Tra gli indizi figura la cosiddetta impronta 33 sul muro delle scale della villetta, le telefonate anomale effettuate a casa Poggi e la vicenda dello scontrino del parcheggio di Vigevano, che Sempio aveva inizialmente presentato come prova del suo alibi ma che poi si è rivelato essere, secondo l’accusa, una bufala. A questi si aggiungono l’analisi delle tracce di sangue, la Bpa, e la consulenza medico legale affidata alla professoressa Cristina Cattaneo.
Tra gli elementi più discussi ci sono proprio le sette telefonate sospette. Queste chiamate a casa Poggi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, assumerebbero un significato particolare all’interno del quadro accusatorio, sebbene i dettagli specifici non siano ancora stati resi pubblici.
Una volta concluso l’iter processuale a carico di Sempio, gli stessi magistrati pavesi potrebbero inviare gli atti alla Procura Generale di Milano per valutare la revisione della condanna di Alberto Stasi.
Sempio ha sempre proclamato la propria innocenza e i suoi legali stanno lavorando a una nuova memoria sui suoi movimenti in casa Poggi per spiegare la presenza del suo Dna. La difesa contesta l’attendibilità scientifica dei dati genetici, definendoli non consolidati perché non replicati secondo le procedure standard. Tuttavia, il risultato dell’incidente probatorio avrà valore di prova in un eventuale processo, rendendo la battaglia difensiva particolarmente complessa.



