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Home » Attualità » “Dio lo distrugga”: l’anatema di Erdogan contro Israele gela la NATO. È rottura totale?

“Dio lo distrugga”: l’anatema di Erdogan contro Israele gela la NATO. È rottura totale?

Erdogan attacca Israele durante l'Eid al-Fitr: "Pagherà un prezzo". Tra alleanza NATO e ambizioni neo-ottomane, ecco cosa sta cambiando in Medio Oriente.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino20 Marzo 2026
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Erdogan in Parlamento
Erdogan in Parlamento (YouTube/APT)

In occasione dell’Eid al-Fitr, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un durissimo attacco frontale contro Israele, profetizzando che il Paese “pagherà un prezzo” per le azioni a Gaza. Le dichiarazioni, pronunciate in un clima di altissima tensione regionale, segnano una rottura diplomatica profonda che vede la Turchia posizionarsi come guida del mondo musulmano sunnita. Mentre le sirene d’allarme risuonavano a Gerusalemme, il leader di Ankara ha invocato la “salvezza e rinascita” del mondo islamico, dipingendo Israele come una minaccia esistenziale per l’intera area mediorientale.

Bandiera turca (FreePik)

Il messaggio del “Sultano” è arrivato al termine del Ramadan, un momento di sacralità che Erdogan ha trasformato in un palcoscenico politico. Parlando dalla moschea di Merkez, nella provincia di Rize, il presidente ha usato toni apocalittici, definendo Israele uno stato “sionista” responsabile di centinaia di migliaia di morti. Secondo il leader turco, la giustizia divina colpirà Tel Aviv, una retorica che punta a compattare la ummah (la comunità dei fedeli) sotto l’egemonia di Ankara.

Questa posizione non è solo ideologica, ma riflette un cambiamento radicale della strategia turca. Se un tempo la Turchia cercava il dialogo attraverso il “soft power”, oggi punta sulla forza militare e sul revisionismo. L’obiettivo è chiaro: fare della Turchia il pilastro centrale del Medio Oriente, sostituendo l’influenza russa e iraniana, ormai in declino dopo i recenti sconvolgimenti in Siria.

L’ascesa di Erdogan preoccupa seriamente i vertici israeliani. L’ex premier Naftali Bennett ha definito la Turchia “il nuovo Iran”, un pericolo sofisticato che cerca di accerchiare Israele. Il timore di Tel Aviv è la formazione di un cosiddetto “Muro Sunnita”, un blocco guidato da Ankara che includerebbe Qatar, Egitto e persino il Pakistan (dotato di armi nucleari).

Per contrastare questa minaccia, il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato la creazione dell’“Esagono delle alleanze” (o Asse delle nazioni). Questa contro-alleanza strategica vede Israele collaborare strettamente con l’India di Narendra Modi, legata a Tel Aviv da accordi miliardari sulla difesa, oltre a Grecia, Cipro e alcuni Paesi arabi e africani. Si tratta di un’architettura difensiva pensata per contenere sia l’asse sciita a guida iraniana, sia quello sunnita a trazione turca.

Nonostante la retorica infuocata, la Turchia resta un membro chiave della NATO, giocando una partita diplomatica ambigua ma fondamentale. Un esempio è l’acquisto dei sistemi russi S-400: sebbene questa mossa abbia causato tensioni con gli Stati Uniti, i radar turchi (come quelli di Kurecik) monitorano costantemente il territorio iraniano fino a 600 chilometri di profondità. I dati raccolti sono condivisi con gli alleati occidentali, rendendo la Turchia un partner indispensabile per la sicurezza degli stessi americani e israeliani contro le minacce balistiche di Teheran.

Esiste però una profonda dicotomia tra le dichiarazioni pubbliche e la realtà dei fatti. Sebbene Erdogan definisca Netanyahu “un vampiro che si nutre di sangue”, i flussi economici tra i due Paesi non si sono mai interrotti del tutto. Nel 2025, le forniture di petrolio azero destinate a Israele attraverso l’oleodotto turco Baku-Tbilisi-Ceyhan sono aumentate di oltre un terzo. Inoltre, nonostante l’embargo annunciato, merci strategiche come acciaio e cemento continuano ad arrivare nei porti israeliani tramite triangolazioni documentali, registrate ufficialmente come esportazioni verso la “Palestina”.

La caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, orchestrata in gran parte da Ankara attraverso il sostegno a gruppi di opposizione, ha aperto un nuovo capitolo di scontro. Il vuoto di potere in Siria è diventato terreno di competizione: Israele ha intensificato i raid aerei per impedire che la Turchia stabilisca basi permanenti per droni e aerei vicino ai propri confini.

In questo scenario, la Turchia si sente pronta a guidare la regione, forte di una maggiore indipendenza energetica e di un ruolo di mediatrice che la rende intoccabile per l’Occidente, nonostante le sfide dirette lanciate ai suoi storici alleati.

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