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Home » Attualità » Flotilla verso Gaza, cosa rischiano davvero gli attivisti? Arresto, processo o espulsione immediata

Flotilla verso Gaza, cosa rischiano davvero gli attivisti? Arresto, processo o espulsione immediata

Flotilla è ormai vicinissima a Gaza, quali possono essere i rischi legali per gli attivisti? Proviamo a capire lo scenario con un'analisi dei precedenti storici.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino1 Ottobre 2025
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Un'immagine della Global Sumud Flotilla
Un'immagine della Global Sumud Flotilla (Fonte: Eunews/Ph. by Albert Llop / NurPhoto via AFP)
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Le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla si stanno avvicinando sempre di più alla costa di Gaza, entrando nella zona ad alto rischio dove le precedenti missioni umanitarie sono state intercettate dalle forze israeliane. La situazione è concitata e in continuo aggiornamento. Alle parole della premier che ha tacciato gli attivisti di essere “irresponsabili”, dalla flotilla rispondono con forza chiedendo rispetto. L’equipaggio è, comprensibilmente, in allerta permanente, consapevole che durante la giornata potrebbero essere avvicinati per l’abbordaggio.

Nelle scorse ore, la fregata Alpino della Marina militare italiana ha diramato il secondo e ultimo avviso ufficiale alle imbarcazioni quando si trovavano al limite delle 150 miglia nautiche, comunicando che non avrebbe oltrepassato tale confine.

 

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Ma quali sono le conseguenze legali che attendono gli oltre 500 attivisti a bordo delle quaranta imbarcazioni? Gli scenari sono molteplici e dipendono dalle scelte che verranno fatte nei momenti cruciali dell’eventuale intercettazione.

Da un punto di vista strettamente legale, gli attivisti della Sumud Flotilla che violassero il blocco navale israeliano davanti alle coste di Gaza rischiano innanzitutto l’arresto. Secondo quanto riportato da Channel 12, prima che le imbarcazioni raggiungano le acque territoriali israeliane, la Marina militare effettuerà annunci con gli altoparlanti chiedendo agli attivisti di tornare indietro verso i Paesi di provenienza.

Nel caso in cui non si ritirassero, verrebbero fermati e trasferiti in Israele. A quel punto si aprirebbero due possibilità: agli attivisti sarà consentito di essere espulsi volontariamente, lasciando il Paese immediatamente. Se invece si rifiutassero, verrebbero arrestati e processati da un tribunale apposito, non un tribunale ordinario, per ingresso illegale in Israele. Alcune delle navi degli attivisti sarebbero confiscate, mentre altre potrebbero essere affondate.

I precedenti degli ultimi mesi indicano come potrebbero evolversi gli eventi. L’ultimo tentativo fallito si verificò nel luglio 2024, quando l’equipaggio civile della nave Handala della Freedom Flotilla, che includeva due attivisti italiani e due deputate francesi, fu fermato dalle forze militari israeliane in acque internazionali. Gli attivisti vennero arrestati per aver tentato di violare il blocco della sicurezza marittima e si trovarono di fronte a due opzioni: firmare una dichiarazione per recarsi in aeroporto e lasciare subito il Paese, oppure essere detenuti e affrontare un giudice con rimpatrio forzato in pochi giorni.

Il caso attuale presenta però una complessità senza precedenti, trattandosi di una Flottiglia composta da una quarantina di barche e oltre 500 persone, un’operazione di intercettazione indubbiamente più articolata rispetto ai casi precedenti.

Per quanto riguarda specificamente i cittadini italiani a bordo, esiste anche un rischio legale nel Paese d’origine. Secondo l’articolo 244 del codice penale italiano, questi potrebbero essere puniti per “atti ostili verso uno Stato estero, che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra”. La norma prevede la reclusione da sei a diciotto anni e, se la guerra dovesse avvenire, è punibile con l’ergastolo.

L’incognita più grande resta la modalità con cui le forze dell’Idf potrebbero abbordare le imbarcazioni e fermare le persone a bordo. Il precedente più drammatico risale al 2010 con il caso della nave Mavi Marmara, verificatosi nel Mediterraneo in acque internazionali. Cinque delle sei navi furono abbordate con la forza e poste sotto controllo israeliano, mentre l’equipaggio della Mavi Marmara subì l’assalto delle forze speciali dell’Idf cercando di difendersi con armi di fortuna. In quello scontro persero la vita dieci attivisti.

Fin da allora Israele ha rivendicato il proprio diritto all’utilizzo della forza contro chi tenta di violare lo sbarramento marittimo. Una delle norme indicate è contenuta nel Manuale di Sanremo sul diritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare del 1994, secondo cui se ci si trova in presenza di una imbarcazione che si dirige verso un’area sottoposta a blocco navale, è consentito intercettarla anche prima che raggiunga l’area sottoposta a blocco, purché sia stata avvertita in anticipo e avesse lo scopo espressamente dichiarato di violare il blocco.

Inoltre, Israele si rifà a norme del diritto marino applicate anche da Stati Uniti e Gran Bretagna, contenute nel Manuale del Comandante sul Diritto delle Operazioni Navali della Marina statunitense. Secondo queste disposizioni, un vascello può essere attaccato in alto mare quando intenda violare un blocco. Tuttavia, le norme internazionali specificano anche che i blocchi navali diventano illegali nel caso in cui la popolazione messa in difficoltà dal blocco non abbia accesso a beni essenziali per la sopravvivenza.

Nelle prossime ore, mentre le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla continuano ad avvicinarsi alle coste di Gaza con il loro carico di aiuti umanitari, il mondo osserva con attenzione l’evolversi di una situazione che potrebbe avere conseguenze diplomatiche, legali e umanitarie di vasta portata.

 

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