Il direttore dell’FBI Kash Patel è stato protagonista di un episodio molto particolare quando, come rivelato dal giornale The Atlantic, a causa di un banale malfunzionamento tecnico del suo computer, si è convinto di essere stato rimosso dal proprio incarico. La reazione del vertice della polizia federale ha innescato una serie di chiamate frenetiche ai propri collaboratori, diffondendo un allarme ingiustificato che ha raggiunto persino i corridoi del Congresso americano.
La vicenda ha avuto inizio lo scorso 10 aprile, quando un semplice intoppo durante le procedure di accesso al sistema informatico interno ha scatenato il panico nel direttore. Convinto che il blocco dell’account fosse il segnale di un licenziamento immediato deciso dalla Casa Bianca, Patel ha iniziato a contattare alleati e funzionari annunciando la fine del suo mandato. Fonti vicine al Bureau hanno successivamente chiarito che si trattava soltanto di una problematica tecnica di routine, prontamente risolta dal reparto informatico.

Le testimonianze raccolte evidenziano come questo singolo episodio non sia un caso isolato, ma rappresenti il culmine di un clima di crescente tensione all’interno dell’FBI. Molti dipendenti, che hanno parlato in anonimo al giornale, segnalano un comportamento del direttore segnato da una forte preoccupazione per il proprio destino professionale, una condizione che sarebbe peggiorata dopo le recenti dimissioni di figure politiche considerate vicine alla sua linea di comando.
Oltre ai problemi di carattere emotivo, emergono segnalazioni riguardanti la condotta privata e professionale del direttore. Vengono riferiti episodi di assenze prolungate dagli uffici senza alcuna giustificazione ufficiale e indiscrezioni su un consumo di alcol ritenuto eccessivo dai collaboratori. Tali abitudini, unite a una tendenza a formulare giudizi affrettati sulle indagini prima ancora che vengano raccolte prove concrete, hanno minato la fiducia reciproca tra il direttore e i quadri operativi dell’agenzia, mettendo potenzialmente in pericolo la qualità e la neutralità delle operazioni federali.
La vulnerabilità di Kash Patel è stata ulteriormente evidenziata da un grave attacco informatico subito dal suo account di posta elettronica personale. Il gruppo di hacker Handala Hack, sospettato di avere legami con l’intelligence iraniana, è riuscito a violare i dati privati del direttore, esponendo informazioni sensibili al di fuori dei canali protetti dell’amministrazione.
This is the letter we sent to The Atlantic and Sarah Fitzpatrick BEFORE they published their hit piece on FBI Director @FBIDirectorKash. They were on notice that the claims were categorically false and defamatory. They published anyway.
See you in court. pic.twitter.com/Ke8cqNh8hY
— Jesse R. Binnall (@jbinnall) April 17, 2026
Subito dopo la pubblicazione dell’articolo, l’FBI ha negato tutto e l’avvocato Jesse R. Binnall ha annunciato azioni legali contro la testata e i giornalisti coinvolti. “Questa è la lettera che abbiamo inviato a The Atlantic e Sarah Fitzpatrick PRIMA che pubblicassero il loro articolo diffamatorio sul direttore dell’Fbi“, scrive su X in un post con allegata la lettera. “Erano stati avvisati che le affermazioni erano categoricamente false e diffamatorie. Hanno pubblicato comunque. Ci vediamo in tribunale“.
Secondo quanto rivelato, Patel ha chiesto 250 milioni di dollari di risarcimento. Nel ricorso di 19 pagine, depositato nelle scorse ore al tribunale distrettuale di Washington, si accusa il giornale e la giornalista, Sarah Fitzpatrick, che ha firmato l’articolo, di aver creato ad arte tutto. “Gli imputati sono ovviamente liberi di criticare la leadership dell’Fbi ma hanno superato la linea della legalità pubblicano un articolo pieno di accuse false e palesemente create ad arte per distruggere la reputazioni del direttore Patel e costringerlo a lasciare l’incarico“.
