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Home » Attualità » Ketziot, cos’è l'”inferno in terra”, il carcere dove Israele sta portando i membri della Flotilla

Ketziot, cos’è l'”inferno in terra”, il carcere dove Israele sta portando i membri della Flotilla

Ketziot è il carcere israeliano nel Negev dove i detenuti palestinesi subiscono torture e umiliazioni documentate da organizzazioni internazionali.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene3 Ottobre 2025
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La prigione di Ketziot nel 2011
La prigione di Ketziot nel 2011 (fonte: Getty Images)

Nel deserto del Negev, a circa 72 chilometri a sud-ovest di Beersheba, sorge Ketziot, la più grande struttura di detenzione israeliana per estensione territoriale. Con i suoi 400.000 metri quadrati, questo penitenziario di massima sicurezza è diventato tristemente noto per le condizioni disumane riservate ai detenuti palestinesi e per i sistematici abusi documentati dalle organizzazioni per i diritti umani.

La struttura è tornata al centro delle cronache internazionali quando le autorità israeliane hanno deciso di trasferirvi i membri della Global Sumud Flotilla, intercettati nel porto di Ashdod durante il tentativo di raggiungere Gaza con aiuti umanitari. L’operazione, coordinata dal capo della polizia israeliana Dany Levi, ha coinvolto circa 600 agenti e ha portato alla detenzione di attivisti, giornalisti e parlamentari internazionali.

Secondo un’inchiesta dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, il sistema penitenziario di Ketziot rappresenta un vero e proprio inferno in terra. Le testimonianze raccolte dalla ONG dipingono un quadro agghiacciante di violenze sistematiche, torture e umiliazioni deliberate. Un detenuto identificato come A.H. ha raccontato: “Ci hanno legato le mani dietro la schiena con delle fascette e poi ci hanno trascinato con la forza nel corridoio. Dalla cella ho sentito il pianto e le urla dei detenuti che erano stati presi prima di me e picchiati. Quando sono arrivato alla mensa, ho visto gli altri prigionieri della mia cella. Erano tutti nudi e sanguinanti. Li hanno gettati uno sull’altro”.

Le violenze documentate includono percosse ai genitali con metal detector portatili, uso di bastoni e strumenti metallici, privazione del cibo e pratiche umilianti. Sami Khalili, un altro detenuto, ha descritto a B’Tselem una procedura particolarmente degradante: “Siamo stati portati in una stanza in cui erano sparsi molti vestiti, scarpe, anelli e orologi. Siamo stati spogliati e abbiamo dovuto toglierci anche la biancheria intima. Ci hanno perquisito con un metal detector portatile. Ci hanno obbligato ad aprire le gambe e a sederci semisdraiati. Poi hanno iniziato a colpirci sulle parti intime con il metal detector. Ci hanno fatto piovere addosso dei colpi. Poi ci hanno ordinato di fare il saluto a una bandiera israeliana appesa al muro””.

La storia di Ketziot affonda le radici nella Prima Intifada. Il campo di detenzione fu aperto nel marzo 1988, quando circa 700 prigionieri furono trasferiti dalle carceri della Striscia di Gaza alla struttura appena preparata nel deserto. Quattro giorni dopo, il ministro della Difesa Yitzhak Rabin annunciò pubblicamente che 3.000 palestinesi erano sotto arresto e che il nuovo penitenziario era operativo. Tra i Palestinesi, la struttura divenne nota come Ansar III, in riferimento a un campo di prigionia simile allestito da Israele nel Sud del Libano durante il conflitto degli anni Ottanta.

Nel luglio 1989, il quotidiano israeliano Davar riportò che Ketziot ospitava 4.275 prigionieri, la maggior parte in detenzione amministrativa senza processo. Tutti i detenuti vivevano in tende da 24 persone. Secondo Human Rights Watch, nel 1990 la struttura deteneva approssimativamente un maschio palestinese su 50 di età superiore ai 16 anni proveniente dalla Cisgiordania e da Gaza, una statistica che testimonia la portata della detenzione di massa durante quel periodo.

Greta Thunberg, Thiago Avila e altri attivisti della Global Sumud Flotilla dopo l'intercettazione dell'esercito israeliano
Greta Thunberg, Thiago Avila e altri attivisti della Global Sumud Flotilla dopo l’intercettazione dell’esercito israeliano (fonte: Reuters)

Una delegazione di Human Rights Watch visitò il campo nell’agosto 1990, quando era comandato dal colonnello Ze’ev Shaltiel e ospitava 6.216 prigionieri. Il rapporto conclusivo denunciò condizioni in chiara violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, che proibisce il trasferimento di persone incarcerate dai territori occupati al territorio della potenza occupante. Le tende, ciascuna di 50 metri quadrati, contenevano tra 20 e 30 uomini esposti alle condizioni climatiche estreme del deserto. L’accesso tra avvocati e clienti era severamente limitato: gli incontri avvenivano all’aperto attraverso una doppia recinzione, senza possibilità di scambiare documenti, con un massimo di 20 avvocati ammessi giornalmente e incontri limitati a 15 minuti.

Il rapporto documentò anche l’assenza totale di visite familiari, una pesante censura della corrispondenza con soli quattro censori per migliaia di detenuti, e severe restrizioni sui libri ammessi. Tra i volumi respinti figuravano opere come Il Signore degli Anelli, Amleto, Padiglione Cancro di Solženicyn, una biografia di Tolstoj e un manuale di diritto costituzionale in ebraico. Gli sport di gruppo erano proibiti.

Il campo fu chiuso nel 1995, al termine della Prima Intifada, ma venne riaperto nel 2002 durante la Seconda Intifada. Da allora continua a operare come principale struttura di detenzione per Palestinesi arrestati nei territori occupati. La decisione di trasferirvi i membri della Flotilla ha sollevato preoccupazioni internazionali, considerando la documentata storia di abusi e la deliberata scelta di utilizzare una struttura nota per il trattamento inumano dei detenuti.

La posizione geografica di Ketziot non è casuale. Il sito fu scelto originariamente nel 1953 quando le forze israeliane stabilirono un insediamento fortificato vicino alla giunzione di al-Auja, punto strategico che controllava la strada asfaltata dalla Palestina verso l’Egitto. L’area fu utilizzata come punto di ingresso per l’invasione israeliana della penisola del Sinai nel 1956 e nuovamente durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. La lontananza dai centri abitati e l’isolamento nel deserto rendono estremamente difficile il monitoraggio indipendente delle condizioni di detenzione e limitano drasticamente i contatti dei prigionieri con l’esterno.

Le testimonianze raccolte negli anni descrivono un pattern sistematico di violenza che va oltre gli episodi isolati. Durante la visita del 1990, Human Rights Watch documentò diversi incidenti violenti, incluso l’uso di gas lacrimogeni contro prigionieri che si rifiutavano di interrompere le preghiere all’esterno delle tende. Il rapporto registrò anche che sei prigionieri erano stati uccisi da altri detenuti accusati di collaborazionismo o comportamenti immorali, un fenomeno che evidenzia come le autorità carcerarie abbiano deliberatamente creato condizioni di tensione e violenza interna.

La struttura attuale include sezioni separate circondate da cumuli di sabbia e ghiaia che bloccano la visibilità tra un’area e l’altra, una zona circondata da muri di tre metri e divisa in sottosezioni coperte da reti metalliche, e un edificio contenente quattro celle di punizione di tre metri per tre. Durante la visita del 1990, queste celle ospitavano 23 prigionieri in spazi progettati per l’isolamento individuale.

Il caso di Ketziot solleva interrogativi fondamentali sul rispetto del diritto internazionale umanitario e sulla responsabilità delle autorità israeliane nella gestione dei detenuti palestinesi. L’uso continuato di questa struttura, nonostante decenni di documentazione di abusi sistematici, e la decisione di trasferirvi membri della comunità internazionale arrestati durante una missione umanitaria, rappresentano una sfida diretta agli standard internazionali sui diritti umani e al diritto dei conflitti armati.

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