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Home » Attualità » La Corte Suprema boccia i dazi imposti da Trump: non ha il potere di imporli

La Corte Suprema boccia i dazi imposti da Trump: non ha il potere di imporli

La Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara illegittimi i dazi di Trump imposti con l'IEEPA. Sei voti contro tre: cosa cambia ora per il commercio mondiale.
RedazioneDi Redazione20 Febbraio 2026
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Donald Trump
Donald Trump (fonte: YouTube)

La decisione era attesissima ed è arrivata poco fa: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che i dazi imposti dal presidente Donald Trump attraverso i poteri di emergenza federali sono illegittimi. Il verdetto, arrivato con sei voti favorevoli e tre contrari, rappresenta uno degli interventi giudiziari più significativi in materia economica degli ultimi decenni.

Per capire la portata della decisione, bisogna fare un passo indietro. Trump aveva giustificato gran parte dei suoi dazi ricorrendo all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 concepita per consentire al presidente di agire rapidamente di fronte a minacce straordinarie alla sicurezza nazionale. In oltre quarant’anni di storia, quella norma era stata impiegata esclusivamente per sanzioni finanziarie, embarghi e blocchi commerciali, mai per introdurre tariffe doganali generalizzate su scala globale.

Trump è stato il primo presidente statunitense a forzarne l’interpretazione in tal senso, dichiarando “emergenza nazionale” il deficit commerciale degli Stati Uniti, ovvero il fatto che il Paese importa più merci di quante ne esporti, e usando questo pretesto per colpire con dazi quasi tutti i partner commerciali. La Corte Suprema ha ora stabilito che quell’interpretazione non regge: la legge non menziona i dazi in alcun punto, e il potere di imporli appartiene al Congresso, non al presidente.

donald trump mostra la tabella coi dazi
Donald Trump mostra la tabella coi dazi (fonte: YouTube)

La sentenza colpisce due categorie specifiche di tariffe. La prima comprende i cosiddetti dazi “reciproci” del Liberation Day, quelli annunciati nell’aprile 2025 e applicati a quasi tutte le importazioni negli Stati Uniti, con aliquote che variavano dal 10% di base fino al 34% per la Cina. La seconda riguarda i dazi del 25% imposti su alcuni beni provenienti da Canada, Cina e Messico, giustificati dall’amministrazione come risposta al traffico di fentanyl, un oppioide sintetico estremamente potente, attraverso le frontiere.

Rimangono invece in vigore i dazi su acciaio, alluminio e componenti per automobili, introdotti sulla base di altre norme, in particolare la Sezione 232 del Trade Expansion Act, che non è oggetto di questa sentenza.

Le ricadute della decisione sono enormi e toccano tre piani distinti.

Sul piano economico immediato, il governo statunitense dovrà con ogni probabilità rimborsare alle imprese che hanno già pagato i dazi le somme versate. Si tratta di centinaia di miliardi di dollari: secondo la Commissione per un bilancio federale responsabile, nella sola seconda metà dell’anno fiscale 2025 le casse federali hanno incassato circa 151 miliardi di dollari dai dazi doganali, con un incremento di quasi il 300% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Sul piano del commercio internazionale, le regole cambiano di nuovo in modo sostanziale. Il mondo aveva già faticato ad adattarsi agli annunci a singhiozzo dell’amministrazione Trump; ora la cancellazione dei dazi, pur favorevole agli scambi, rischia di innescare una nuova fase di instabilità. La Commissione europea ha già dichiarato di stare analizzando attentamente la sentenza, ribadendo la necessità di «stabilità e prevedibilità nelle relazioni commerciali».

Sul piano politico, Trump perde uno strumento negoziale fondamentale. Fino ad oggi, la minaccia di dazi immediati, attivabili dall’oggi al domani senza alcun passaggio parlamentare, aveva rappresentato una leva potentissima nei confronti di governi stranieri, spingendoli a trattare o a cedere. D’ora in poi, per introdurre nuove tariffe, sarà necessario passare dal Congresso o ricorrere a procedure ben più lunghe e vincolate.

L’aspetto che ha colpito di più gli osservatori è la composizione del voto. La Corte Suprema ha una maggioranza conservatrice di sei giudici su nove: eppure tre di questi sei conservatori hanno votato contro Trump, unendosi ai tre giudici progressisti per formare la maggioranza. Un segnale forte sull’indipendenza dell’istituzione, che non si è piegata alle aspettative di chi dava per scontato un esito favorevole all’amministrazione.

La causa era nata dal ricorso di piccoli imprenditori americani danneggiati dai dazi e di dodici stati, per lo più a guida democratica. Dopo che un tribunale federale aveva già dato loro ragione in primo grado, l’amministrazione Trump aveva fatto appello fino al massimo grado.

La Casa Bianca non ha ancora commentato ufficialmente la sentenza, ma secondo fonti interne citate dal New York Times l’amministrazione sarebbe già al lavoro per ricostruire i dazi attraverso strumenti alternativi, come la Sezione 301 del Trade Act del 1974 o la Sezione 122, strumenti più circoscritti ma praticabili. Il percorso, però, sarebbe lungo, costoso in termini politici e soggetto a vincoli procedurali ben più stringenti rispetto all’uso disinvolto dell’IEEPA.

Resta aperta anche la questione degli accordi commerciali già conclusi con diversi paesi, tra cui Unione Europea, Giappone e Corea del Sud, che avevano fatto concessioni proprio in risposta alla minaccia tariffaria. Ora che quella minaccia viene meno, il quadro diplomatico potrebbe cambiare in modo imprevedibile.

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