Si è concluso con una condanna il processo che vedeva imputate le giornaliste delle Iene Nina Palmieri e Carlotta Bizzarri per diffamazione aggravata nei confronti dell’avvocato Elena Barra. Il giudice Gianluca Piantadosi del tribunale di Lecco ha stabilito nella mattinata di venerdì 28 novembre una multa di 2mila euro per ciascuna giornalista e un risarcimento complessivo di 100mila euro in favore della professionista lecchese, che aveva svolto il ruolo di amministratrice di sostegno del professor Carlo Gilardi.
La sentenza chiude, almeno in primo grado, una vicenda giudiziaria che ha tenuto banco per oltre cinque anni e che ha visto al centro la storia dell’anziano docente e benefattore di Airuno, deceduto nell’ottobre 2023 all’età di 92 anni. Oltre alle due giornaliste, è stata condannata al risarcimento anche Rti Mediaset, l’azienda che gestisce i canali televisivi del gruppo. Le imputate dovranno inoltre pagare le spese processuali in favore della parte civile, per un valore di 11mila euro.
Al caso di Carlo Gilardi, professore in pensione che disponeva di un patrimonio di quasi due milioni di euro tra liquidità e beni immobili, la trasmissione di Italia 1 aveva dedicato quattordici servizi trasmessi tra novembre 2020 e febbraio 2021. Secondo la ricostruzione della procura lecchese, rappresentata in aula dal sostituto procuratore Chiara Stoppioni, questi servizi avrebbero veicolato una narrazione distorta della vicenda, facendo credere al pubblico che l’anziano fosse stato trasferito in una residenza sanitaria assistenziale contro la sua volontà, rinchiuso senza la possibilità di fare ritorno a casa.
L’accusa sosteneva che le giornaliste avessero fatto credere, in modo non veritiero, che l’amministratrice di sostegno avesse agito contro gli interessi di Gilardi, lasciando intendere un possibile intento di appropriazione del suo ingente patrimonio. In particolare, viene contestata la ricostruzione del giorno in cui il professore fu trasferito dalla sua abitazione alla residenza sanitaria assistenziale Airoldi e Muzzi di Lecco. Le dichiarazioni dell’ex badante Brahim El Mazoury, che aveva parlato di minacce e prelievo forzoso, erano state smentite dal verbale dei carabinieri presenti sul posto.
La procura aveva chiesto una condanna a un mese di reclusione per le imputate. Le giornaliste sono state invece assolte da uno dei due capi di imputazione per diffamazione nelle quali erano accusate assieme allo stesso El Mazoury, anch’egli assolto con la formula “perché il fatto non costituisce reato” per quanto riguarda le dichiarazioni riprese in video.
Gli avvocati Federico Giusti e Stefano Toniolo, difensori delle giornaliste, hanno sostenuto che i servizi rientrassero nel perimetro della cronaca e della critica legittima. Secondo la difesa, non vi era alcuna accusa diretta di arricchimento illecito, ma solo interrogativi e testimonianze provenienti da fonti plurime, tra cui documenti, audio, relazioni tecniche e dichiarazioni dello stesso Gilardi.
I legali hanno definito la sentenza “ingiusta”, annunciando “appello sicuro una volta lette le motivazioni” e ricordando come una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo avesse già sancito la violazione del diritto di libera scelta di Carlo Gilardi. Nel marzo 2024 la Cassazione aveva inoltre annullato la condanna per circonvenzione di incapace dell’ex badante El Mazoury, stabilendo che il processo dovrà essere rifatto.
Subito dopo la sentenza, Nina Palmieri ha affidato ai social network il suo commento, pubblicando un video davanti al tribunale di Lecco. “Siamo davanti al tribunale di Lecco dove pochi minuti fa si è conclusa l’ultima udienza che ci vede imputate per la vicenda di Carlo Gilardi per aver combattuto per la sua dignità e la sua libertà”, ha dichiarato la giornalista. “Noi siamo più che convinti di aver fatto bene il nostro lavoro, non indietreggiamo di un passo e ovviamente andremo in appello, siamo fiduciosi nella giustizia”. La giornalista ha preannunciato che il processo, integralmente registrato, verrà trasmesso martedì 9 dicembre nella puntata delle Iene.
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Dopo anni in cui è rimasta dietro le quinte, scegliendo di mantenere un profilo basso e lasciando che fosse la giustizia a fare il suo corso, l’avvocata Elena Barra ha commentato a poche ore dalla lettura della sentenza. “È stato un processo estenuante, nel quale è stata scandagliata ogni piega della tutela”, ha dichiarato. La tutela era nata in una situazione complessa, che si trovava a dover calibrare da un lato la libertà personale di una persona anziana, dall’altro tutelarla dalle persone da cui era circondato, all’epoca dei fatti indagate per circonvenzione.
“Questa sentenza di condanna è significativa perché ricostituisce integrità al mio onore e conferma che ciò che è stato fatto non era informazione corretta né espressione del diritto di cronaca”, ha affermato l’avvocata Barra. Costituitasi parte civile, aveva chiesto un risarcimento non inferiore a 300mila euro. Dopo la pubblicazione dei servizi, la professionista aveva subito minacce personali e intimidazioni. Tramite social, raggiunta al telefono di studio e al cellulare, per anni ha dovuto subire insulti da perfetti sconosciuti.
L’avvocata Barra ha ricordato il peso degli anni trascorsi e la durezza dell’esposizione mediatica subita. “Sono rimaste sullo sfondo di questo processo le modalità dei loro appostamenti, che io definisco veri e propri agguati: ti impongono la loro presenza, puntandoti le telecamere e i microfoni in faccia, e quando lo si vive, lo assicuro, è un’esperienza molto forte”, ha dichiarato, citando in chiusura il professor Aldo Grasso: “Le interviste si chiedono e non si estorcono”.



