Era piena estate quando esplose il caso del gruppo Facebook Mia Moglie, uno spazio virtuale dove presunti mariti e compagni diffondevano foto privatissime delle proprie partner senza alcun consenso. A distanza di mesi, però, le indagini della procura di Roma hanno portato a una scoperta inaspettata: dietro l’account principale non ci sarebbe un uomo, come molti avevano ipotizzato, bensì una donna.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori della polizia postale, la principale responsabile della gestione del gruppo sarebbe proprio di sesso femminile, affiancata da un co-gestore maschio che avrebbe collaborato alla pubblicazione e al controllo dei contenuti. La notizia, anticipata da Repubblica e confermata da altre fonti, ha sollevato interrogativi sulla natura e le dinamiche di questo fenomeno di violenza digitale.
Le ultime analisi tecniche hanno rivelato che entrambi gli amministratori utilizzavano metodi sofisticati per nascondere la propria identità: telefoni cellulari intestati a terze persone e sim card anonime rendevano estremamente difficile risalire ai responsabili. Tuttavia, gli investigatori sono riusciti a identificare i due attraverso l’analisi dell’attività del profilo, anche se al momento non risultano formalmente indagati né denunciati.

Il caso è scoppiato il 19 agosto 2025, quando le autorità avevano individuato un gruppo Facebook con oltre 32mila iscritti, prevalentemente uomini di ogni età e profilo sociale: ex politici, militari, lavoratori, disoccupati. All’interno del gruppo circolavano migliaia di immagini di donne fotografate in contesti privati e quotidiani, al mare, in casa, al supermercato, spesso rubate e pubblicate senza il loro consenso.
Le foto venivano accompagnate da commenti volgari, fantasie sessuali esplicite e discussioni degradanti che trasformavano la vita quotidiana di queste donne in una sorta di oscena esposizione forzata. L’indignazione sollevata dal caso aveva spinto molte vittime a valutare una class action contro i responsabili.
Meta aveva prontamente rimosso il gruppo per violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti, spiegando di non consentire contenuti che minacciano o promuovono violenza sessuale, abusi sessuali o sfruttamento sessuale sulle proprie piattaforme. Tuttavia, la chiusura del gruppo aveva innescato un fuggi fuggi generale e una migrazione verso altri social network e piattaforme alternative.
Le indagini proseguono ora su un secondo fronte parallelo, il forum Phica, attivo dal 2005 e con circa 700mila iscritti e centinaia di migliaia di accessi quotidiani. Anche su questa piattaforma gli investigatori hanno trovato enormi quantità di immagini sottratte da account privati, accompagnate da discussioni oscene, molestie digitali e veri e propri incitamenti alla violenza. Un archivio imponente che costituisce un ulteriore filone dell’inchiesta coordinata dalla procura di Roma.
Il ruolo della donna identificata come amministratrice deve essere ancora completamente definito. Non è chiaro se sia italiana o straniera, né quale sia stata la sua motivazione. Gli investigatori stanno verificando se potrebbe essere stata inizialmente una delle donne ritratte sul profilo e successivamente diventata amministratrice del gruppo, in una dinamica che richiederebbe approfondimenti psicologici e criminologici.
L’inchiesta della polizia postale procede con l’accusa di diffusione illecita di immagini e video sessualmente espliciti, un reato che rientra nella più ampia categoria del revenge porn. Gli investigatori stanno lavorando per ricostruire l’intera catena di comando e identificare eventuali altri complici che hanno contribuito alla gestione operativa del gruppo o alla raccolta e diffusione del materiale.



