Lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici al mondo, si trova in una situazione senza precedenti. L’Iran avrebbe disseminato migliaia di mine lungo questo passaggio cruciale prima della tregua con gli Stati Uniti, ma secondo fonti americane citate dal New York Times, Teheran non sarebbe in grado di rimuoverle. La ragione è tanto sorprendente quanto preoccupante: le mine sarebbero state posizionate in maniera casuale e l’Iran potrebbe non aver nemmeno segnato il punto esatto in cui le ha piazzate.
Donald Trump ha promesso che le forze americane distruggeranno tutte le mine posate tra le acque e il fondale dello Stretto, assicurando che non ci vorrà molto per ripulire il corridoio. Tuttavia, le stime degli esperti militari raccontano una storia diversa: secondo alcune valutazioni, una bonifica completa potrebbe richiedere anche anni di lavoro ininterrotto.
E qui potrebbe intervenire l’Italia. Trump aveva annunciato che, insieme al Regno Unito “e un paio di altri Paesi”, stavano inviando dragamine nello Stretto di Hormuz. In realtà sono già arrivati i primi rifiuti: Keir Starmer si è rifiutato di aderire al blocco dello Stretto e, secondo quanto scrive il Telegraph, la Gran Bretagna non invierà alcuna fregata.
Giorgia Meloni si era detta disponibile a partecipare a un’operazione navale, ma a tregua raggiunta e non in uno scenario di guerra aperta. Eppure, secondo quanto riportano diversi giornali, delle richieste da parte statunitense sarebbero arrivate sul tavolo di Palazzo Chigi. La situazione è delicata perché il contesto è cambiato: non si tratta più di una missione post-conflitto ma di un intervento in un’area ad alto rischio con un controblocco navale in atto.
La Marina Militare italiana vanta una delle flotte specializzate più avanzate della Nato per cacciamine. Le pagine ufficiali della Marina elencano 8 cacciamine classe Gaeta – Alghero, Chioggia, Crotone, Gaeta, Numana, Rimini, Termoli, Viareggio – e 2 classe Lerici – Milazzo e Vieste. Queste navi, lunghe circa 50 metri, trasportano equipaggi altamente specializzati e operano con sonar ad altissima frequenza per individuare le mine. Utilizzano anche veicoli sottomarini filoguidati per la distruzione a distanza degli ordigni, supportati dai sommozzatori disattivatori.
La geografia dello Stretto di Hormuz gioca a vantaggio dell’Iran in questa pericolosa partita strategica. La lunga costa meridionale offre ampie opportunità alle piccole imbarcazioni di lanciarsi al largo con mine, mentre le strette rotte di navigazione lasciano poco spazio per il passaggio delle navi. Nel punto più stretto del corridoio marittimo, l’acqua è profonda solo circa 60 metri, abbastanza bassa da permettere la posa di campi minati sul fondale.
Gli ufficiali americani che stanno seguendo il dossier sostengono che alcune mine si sarebbero addirittura spostate rispetto al punto di partenza, trasportate dalle correnti marine. Questo rende la situazione ancora più imprevedibile e pericolosa per qualsiasi imbarcazione che attraversi lo Stretto.

L’arsenale iraniano comprende sostanzialmente quattro diversi tipi di mine. Le più diffuse sono le mine ancorate, che hanno testate esplosive tenute appena sotto la superficie da una catena collegata a una pesante ancora. Poi ci sono le mine galleggianti di forma sferica: nella metà inferiore della testata si trova l’esplosivo, con una sacca d’aria sopra per farle galleggiare. Alcune spesse sporgenze a forma di corno contengono dispositivi che fanno esplodere la mina al contatto con lo scafo di una nave.
Particolarmente insidiose sono le mine di fondo, molto utilizzate durante la Guerra Fredda. Contengono una quantità di esplosivo ben più grande rispetto alle mine ancorate e giacciono sul fondale marino. Per il loro funzionamento è stata creata una combinazione di sensori magnetici, acustici, di pressione e sismici, che rilevano la presenza di una nave nelle vicinanze. Se necessario, esplodono con una forza di centinaia di chilogrammi, proiettando una grande bolla di gas verso l’alto, in direzione della nave bersaglio.
Rifiuti, relitti e altri detriti ingombrano il fondale marino, rendendo spesso difficile e dispendiosa in termini di tempo la ricerca di queste mine. A complicare ulteriormente le operazioni c’è il fatto che l’Iran possiede anche un arsenale di mine magnetiche, piccole cariche esplosive posizionate da nuotatori o sommozzatori per neutralizzare una nave, spesso prendendo di mira il sistema di propulsione e il timone sott’acqua. In genere esplodono dopo un periodo di tempo prestabilito, dando a chi le ha piazzate il tempo di mettersi in salvo.
La condizione più ovvia per procedere con le operazioni di bonifica è che le navi impegnate nello sminamento non siano bersagliate dal nemico con razzi e artiglieria. Molto dipenderà da come evolverà il conflitto e dagli eventuali progressi di un negoziato di pace al momento fallito.
