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Home » Attualità » Pentole vuote, gli chef israeliani sfidano la paura: “Gaza non può morire di fame”

Pentole vuote, gli chef israeliani sfidano la paura: “Gaza non può morire di fame”

Il marchio di moda israeliano Comme Il Faut ha lanciato una campagna di denuncia contro la carestia a Gaza, coinvolgendo chef e ristoratori.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene8 Settembre 2025
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Alcuni dei partecipanti all'iniziativa "Resist Starvation" di Comme Il Faut
Alcuni dei partecipanti all'iniziativa "Resist Starvation" di Comme Il Faut (fonte: The Times of Israel)

Un’immagine forte e provocatoria: chef israeliani con delle pentole vuote in mano, lo sguardo fisso in camera, un messaggio in arabo, inglese ed ebraico: “Resist starvation“, “Opponetevi alla fame”. Questa è la campagna lanciata dal brand di moda israeliano Comme Il Faut per denunciare la carestia a Gaza. Una scelta coraggiosa in un momento in cui parlare di cibo, vino e ristoranti sembra quasi un oltraggio, con la popolazione palestinese che soffre la fame a un’ora di distanza da Tel Aviv.

Romi Kaminer Goldfainer, alla guida del brand fondato dalla madre nel 1987, spiega la difficoltà di parlare di moda in tempo di guerra, ma ancor di più di cibo di fronte alla sofferenza. Per questo ha coinvolto figure di spicco della ristorazione israeliana, come la ricercatrice gastronomica Michal Levit, la chef Tamar Cohen Tzedek, Avivit Priel Avichai del ristorante Ouzeria e il ristoratore Aviram Katz, noto per locali come HaBasta e Mifgash Rambam.

Sui social, gli chef, con le loro pentole vuote, lanciano un appello in 3 lingue per rivolgersi a più persone possibile: “Non possiamo più restare in silenzio di fronte alla fame sistematica della popolazione di Gaza e degli ostaggi. Gridiamo contro la fame di milioni di innocenti e di bambini che muoiono a migliaia”. Un grido che ha spaccato l’opinione pubblica generando un’ondata di commenti, tra chi accusa gli chef di propaganda e chi sostiene la loro causa.

 

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Molti utenti hanno accusato il brand e gli chef di sostenere Hamas, affermando che il cibo è nelle mani dell’organizzazione e che le vere vittime sono gli ostaggi israeliani. Kaminer Goldfainer ammette che la paura di ritorsioni ha scoraggiato molte persone dal partecipare alla campagna: dei quasi cento chef e ristoratori contattati, alcuni hanno rifiutato, mentre altri si sono ritirati dopo aver inizialmente accettato, temendo per le proprie attività.

Anche l’associazione israeliana Parents Against Child Detention, che denuncia la detenzione – senza processo né accuse formali – di centinaia di minori palestinesi, ha aderito all’iniziativa, sottolineando il dovere morale di impedire che i bambini muoiano di fame. La loro protesta non è politica, ma un grido di coscienza per una situazione insostenibile.

La campagna mette in luce la complessità del conflitto, dove la fame diventa un’arma e il coraggio di parlare un atto di sfida. Le pentole vuote, proprio come quelle agitate invano dai Palestinesi che stanno soffrendo la carestia imposta da Israele, diventano simbolo anche del silenzio che molti sono costretti a mantenere di fronte alla sofferenza.

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