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Home » Attualità » Remigrazione: la “parola d’ordine” delle destre europee che nasconde un piano ben preciso (e inquietante)

Remigrazione: la “parola d’ordine” delle destre europee che nasconde un piano ben preciso (e inquietante)

Analisi del termine "remigrazione" usato dall'estrema destra europea per mascherare piani di deportazione. Da AfD alla Lega, storia e implicazioni della parola.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene30 Gennaio 2026
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Alice Weidel
Alice Weidel (fonte: YouTube Euronews)

Nel panorama politico europeo sta circolando con sempre maggiore insistenza un termine apparentemente tecnico e neutrale: remigrazione. Una parola che suona sofisticata, quasi accademica, ma che nasconde un’ideologia di esclusione e progetti di allontanamento forzato di migranti e persone considerate “non assimilabili”. Dalle dichiarazioni dei leader dell’estrema destra tedesca e austriaca fino alle aule del Consiglio regionale lombardo, questo vocabolo sta conquistando spazio nel dibattito pubblico italiano, portando con sé un bagaglio semantico carico di implicazioni pericolose.

Il termine non è completamente nuovo. Negli studi accademici sui flussi migratori, “remigrazione” indica tradizionalmente il ritorno volontario di una persona nel proprio paese d’origine. Secondo l’Oxford English Dictionary, la prima attestazione della forma inglese remigration risale al 1608, negli scritti dell’ecclesiastico Andrew Willet. In italiano, il verbo remigrare compare addirittura in Giordano Bruno, nello Spaccio della bestia trionfante del 1584, con il significato di “ritornare nel luogo d’origine”.

Negli ultimi due anni, però, il termine ha subito una trasformazione radicale. Movimenti e partiti dell’estrema destra europea lo hanno riattivato politicamente, svuotandolo del suo significato originario e riempiendolo di nuovi contenuti. Il partito tedesco AfD e il movimento francese Génération Identitaire lo hanno fatto circolare come parola chiave per sostenere l’idea di una “sostituzione etnica inversa”, secondo cui sarebbe necessario “riportare indietro” gli immigrati.

Alice Weidel, leader dell’ultradestra tedesca AfD e candidata cancelliera alle elezioni di febbraio, ha dichiarato durante il Congresso del suo partito a gennaio 2025: “Abbiamo un piano per il futuro della Germania: chiudere completamente le frontiere, respingere ogni viaggiatore senza documenti, cancellare le prestazioni sociali per i non residenti e procedere a rimpatri su larga scala. Se si deve chiamare remigrazione, si chiamerà remigrazione”. Un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni ambigue sulla natura coercitiva del progetto.

La pericolosità del termine è stata riconosciuta dalla stessa Germania: nel 2023 la parola Remigration è stata eletta Unwort des Jahres, letteralmente “non-parola dell’anno”. Questa iniziativa, nata nel 1991 dal linguista Horst Dieter Schlosser, premia annualmente i termini ritenuti più fuorvianti, disumanizzanti o ideologicamente manipolatori del discorso pubblico, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione a una maggiore consapevolezza linguistica.

In Italia, il termine ha fatto il suo ingresso ufficiale nel dibattito politico nel 2024 e si è consolidato all’inizio del 2025. Il deputato leghista Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega al Consiglio regionale della Lombardia, ha scritto sui social che “in Italia, come già si fa in Germania e in altri Paesi europei, è fondamentale iniziare a discutere seriamente di remigrazione, ovvero il rimpatrio dei clandestini e dei criminali nei Paesi di origine, ma anche di quegli stranieri che scelgono deliberatamente di non volersi integrare”.

Dal punto di vista linguistico, pur essendo una parola dalla morfologia perfettamente italiana (“migrazione” con l’aggiunta del prefisso “re-” che indica la ripetizione di un’azione in senso contrario), l’arrivo del neologismo nella nostra lingua è avvenuto dall’italianizzazione della parola inglese remigration. Nel 2025 il termine è stato segnalato tra i neologismi della Treccani, pur non comparendo ancora nei principali dizionari come lo Zingarelli o il De Mauro.

 

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Ciò che rende la remigrazione particolarmente insidiosa è proprio la sua apparente neutralità. Si tratta di un classico esempio di rebranding semantico: si cambiano le parole per rendere accettabili concetti che sarebbero altrimenti inammissibili. Nessun partito moderno oserebbe oggi parlare esplicitamente di “deportazioni di massa”, ma il termine remigrazione offre un’alternativa più sofisticata, un eufemismo efficace che nasconde le vere intenzioni sotto una veste rassicurante.

Martin Sellner, militante di estrema destra austriaco e tra i principali teorici del piano di remigrazione, ha spiegato durante un incontro a Potsdam a cui erano presenti esponenti dell’AfD, che questa forma di deportazione si baserebbe sulla “volontarietà” dei deportati. Ma come rendere desiderabile un ritorno forzato? Attraverso l’approvazione di leggi che rendano la vita quotidiana più difficile, trasformando il ritorno in una necessità presentata come scelta volontaria. Si tratterebbe quindi di costruire un’architettura sociale ed economica che, grazie a una normativa specifica, limiti le possibilità stesse di un’esistenza dignitosa per i soggetti identificati come non assimilabili.

La questione diventa ancora più complessa quando si prova a definire chi sarebbero gli “indesiderati”. Non esiste un identikit chiaro del deportato, che può avere o meno la cittadinanza, probabilmente ha un colore della pelle diverso, viene dall’Africa o comunque ha una storia di migrazioni. La remigrazione riguarderebbe anche le seconde generazioni che abbiano difficoltà a integrarsi: secondo questa costruzione ideologica, non potendo essere incluse, dovrebbero tornare in una terra che spesso non hanno mai conosciuto.

Il concetto di remigrazione è strettamente legato alla teoria complottista della “grande sostituzione etnica”, che sostiene sia in atto un piano per sostituire i bianchi in Occidente con individui di altre etnie. La remigrazione, in questa narrazione, diventa “la cura alla grande sostituzione”. Si tratta di una paura che ritorna ciclicamente nella retorica della destra italiana e internazionale: da Salvini ai fedeli di Meloni, la sostituzione è stata usata come arma per costruire paura e spostare l’attenzione sul presunto pericolo rappresentato dai migranti.

Negli Stati Uniti, Donald Trump durante la campagna elettorale ha dichiarato che come presidente avrebbe messo fine all’invasione dei migranti illegali riportandoli nei loro Paesi d’origine. Le foto dei migranti in catene in attesa di essere riportati in Guatemala da El Paso, in Texas, su un aereo militare, diffuse dalla stampa, e il successivo operato dell’ICE ampiamente documentato sui social hanno contribuito a dare sostanza visiva al concetto. Non a caso, chi condanna quella scelta politica ha utilizzato invece l’espressione “deportazione di massa”.

Il potere politico della parola remigrazione si definisce proprio a partire dalla vaghezza della sua definizione, dalla possibilità di essere maneggiata in base al pubblico a cui ci si riferisce, allo spazio comunicativo e al ruolo che si riveste. È un termine che può essere modulato, reso più o meno duro a seconda del contesto, mantenendo sempre un’aura di rispettabilità tecnica.

È fondamentale comprendere che le parole non sono mai vuote: sono contenitori di senso, strumenti di potere, e possono costruire o distruggere intere visioni del mondo. La retorica del nemico esterno, dell'”invasore” da respingere, non è nuova nella storia. È antica quanto la politica stessa, ma rimane sempre efficace. Chi oggi alimenta queste paure sa esattamente cosa sta facendo: manipola l’immaginario collettivo, stimola ansie profonde e crea consenso facendo leva sull’identificazione di un nemico da combattere.

Quando una parola inizia a risuonare prepotentemente nel dibattito pubblico, è necessario fermarsi e chiedersi che cosa porti con sé. Nel caso di remigrazione, la risposta è chiara: dietro l’eleganza del termine si nasconde un progetto di esclusione sistemica che la storia europea ha già conosciuto, con esiti tragici. La differenza tra remigrazione e deportazione non sta nella sostanza dell’azione, ma solo nella capacità di renderla linguisticamente accettabile.

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