Quando si parla di petrolio in Basilicata, si pensa spesso a una grande opportunità economica per il territorio. In realtà, la situazione è molto più complessa e, per certi aspetti, contraddittoria. Il greggio estratto nella regione – in particolare nella Val d’Agri, il più grande giacimento onshore d’Europa, e nell’area di Tempa Rossa – non viene raffinato localmente. Attraverso oleodotti viene trasportato fino alla raffineria ENI di Taranto, dove viene lavorato prima di essere immesso sul mercato internazionale, soprattutto europeo.
In altre parole, il valore aggiunto della trasformazione industriale si genera altrove. Questo significa che, mentre la Basilicata sopporta gli impatti ambientali e i potenziali rischi sanitari legati all’estrazione, i benefici economici più rilevanti si producono fuori regione.
A compensare, almeno in parte, questa situazione ci sono le royalties versate dalle compagnie petrolifere – tra cui Eni, Shell e Total – che gestiscono gran parte delle attività estrattive (oltre il 70–80% della produzione nazionale). Nel 2025 si stimano circa 120 milioni di euro annui per la Regione Basilicata. Se si guarda al lungo periodo, dal 2008 al 2024 sono stati trasferiti oltre 1,89 miliardi di euro alla Regione, mentre circa 316 milioni sono andati ai Comuni interessati dalle estrazioni.
Tuttavia, queste risorse non sembrano aver prodotto un reale sviluppo strutturale. La maggior parte dei fondi è stata utilizzata per spese correnti – sanità, trasporti, bonus, università – piuttosto che per investimenti strategici capaci di generare crescita duratura. Anche a livello locale, nei Comuni coinvolti, le risorse sono spesso state impiegate senza incidere in modo significativo sul tessuto economico.
I dati socio-economici raccontano una realtà preoccupante: nonostante decenni di estrazioni e ingenti flussi finanziari, i territori interessati non hanno registrato miglioramenti rilevanti. Al contrario, molti comuni sono segnati da un forte calo demografico e da un progressivo impoverimento. In questo contesto, il petrolio non ha rappresentato un volano di sviluppo, ma piuttosto una risorsa sfruttata senza riuscire a trasformarla in opportunità diffuse per la popolazione.

Un ulteriore paradosso riguarda il Prodotto interno lordo regionale. L’attività estrattiva contribuisce ad aumentarlo in modo significativo, ma si tratta di un incremento in parte “artificiale”, che non riflette un reale miglioramento delle condizioni economiche dei cittadini. Questo effetto ha avuto conseguenze anche a livello europeo: la Basilicata è stata classificata come regione “in transizione” anziché “meno sviluppata”, riducendo così l’accesso ai fondi di coesione dell’Unione Europea.
Dopo quasi quarant’anni di attività estrattiva, emerge una sorta di dipendenza dal petrolio, accompagnata però dalla consapevolezza dei suoi limiti, e superare questa contraddizione rappresenta oggi una delle principali sfide per il futuro della regione. Una possibile via d’uscita consiste nel ripensare il modello di sviluppo, puntando su risorse già presenti sul territorio: acqua, agricoltura, turismo, cultura, patrimonio artistico e piccole e medie imprese, anche ad alta tecnologia. In questa prospettiva, l’energia dovrebbe essere considerata uno strumento e non il fine ultimo dello sviluppo.
Il problema, tuttavia, non riguarda solo le risorse disponibili, ma anche la capacità di pianificazione e gestione. Finora, secondo molte analisi, è mancata una strategia efficace in grado di trasformare le entrate petrolifere in investimenti produttivi.
Il dibattito sul “dopo petrolio” è ormai avviato, ma arriva con ritardo. Più che una crisi futura, infatti, il declino di molte potenzialità locali sembra essere già in corso da anni. La vera questione non è solo cosa accadrà quando il petrolio finirà, ma come evitare che la Basilicata resti intrappolata in un modello economico che non ha saputo generare sviluppo diffuso. Senza un cambio di rotta deciso, il rischio è quello di una marginalizzazione crescente, economica e sociale.
