Cosa resta di un criminale alla fine della sua vita? Dopo i delitti, le prime pagine dei giornali e un’immagine costruita nel terrore, quel che rimane del superboss Felice Maniero è un uomo stanco: un anziano solo, chiuso in una residenza sanitaria assistita a fissare il quadro che sta dipingendo da mesi, un colpo di pennello alla volta.
Oggi, a 71 anni, l’ex capo della Mala del Brenta vive lontano dalla frenesia e dalla violenza che segnarono il suo passato. Un uomo fragile, ormai distante dal superboss spietato che terrorizzava il Veneto negli anni ’80 e ’90, si riflette ora in un’opera che cresce giorno dopo giorno: un vulcano in eruzione, con una figura rossa sotto la lava.
“Quell’omino sotto il vulcano? Sono io”, ammette con voce bassa nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera. “Un’anima dannata”, dice, senza esitazioni. In quella figura rossa, che sembra quasi una condanna, si riflette tutto il suo tormento interiore, una metafora di una vita vissuta nel crimine e nella violenza, oggi segnata dalla solitudine e dai rimpianti.
Non è più il Felice Maniero veloce e scaltro che trent’anni fa veniva catturato all’Hotel Principe di Savoia di Milano, nonostante fosse ricercato e sotto controllo. Quello era l’uomo che, con frangetta e sguardo furbo, riusciva a sfuggire a ogni controllo, e che un giorno decise di scrivere la sua autobiografia, Una storia criminale, per raccontare la sua ascesa come leader di una delle organizzazioni criminali più potenti e sanguinarie mai esistite al Nord Italia.
Nato a Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia, il 2 settembre 1954, Maniero ha potuto contare sulla fedeltà di almeno 400 uomini, tra ladri, rapinatori, sequestratori, spacciatori, trafficanti e persino assassini. La sua carriera criminale è iniziata già da adolescente, aiutando lo zio nei furti di bestiame, passando successivamente alle rapine nel campo dell’oreficeria. Poco a poco ha creato una vera e propria organizzazione che le testate locali hanno soprannominato Mala del Brenta, data la presenza dell’omonimo fiume, intessendo rapporti anche con altre realtà malavitose.
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Tra i colpi più famosi di Faccia d’angelo si ricordano la rapina al Casinò di Venezia, con un bottino di circa due miliardi di lire, quella all’aeroporto Marco Polo, dove rubò 170 chili d’oro, e all’hotel Des Bains del Lido, dove 53 cassette di sicurezza piene di gioielli furono completamente svuotate. Memorabile anche l’assalto al treno portavalori Venezia-Milano, durante il quale morì la studentessa universitaria trevigiana Cristina Pavesi, a causa dell’esplosione di un vagone. “Ho pagato troppo poco per la sua morte, la legge è ingiusta”, ha confessato Maniero.
Ma il denaro, racconta, non era qualcosa che gli interessasse davvero. “Mi piaceva vincere, la sfida. Il resto, il denaro, era noia”, confessa, come se il ricordo di quei colpi fosse solo un gioco, una competizione con sé stesso. “Non conviene, non ti resta niente. Ai ragazzi lo sconsiglio vivamente”.
In realtà, una passione vera l’ha sempre avuta: l’arte. “Nell’arte vedo uno sfogo. Magari farei il mercante di quadri, in certi capolavori c’è una grandiosità”, spiega. Tra i suoi colpi più famosi Faccia d’angelo ha potuto vantare un Velasquez, un Correggio, un El Greco e due Guardi trafugati dalla Pinacoteca di Modena, tutti capolavori che poi restituì in cambio di una liberazione. Ma ancora, nella sua collezione personale sono passati anche un De Chirico e due autoritratti di Picasso e uno di Van Gogh. “Mi piaceva accarezzarli, anche se poi li usavo come merce di scambio”.
Il periodo più bello della sua vita, però, è stato quando ha fatto l’hippie in Inghilterra a 15 anni: “Andavo a caccia dei Jethro Tull, dei Genesis, dei Black Sabbath. Paranoid, meraviglia. Per un annetto e mezzo sono sparito lì”.
Felice Maniero è stato arrestato una prima volta nel 1980, riuscendo ad evadere due volte. Successivamente è tornato dietro le sbarre nel 1987, riuscendo a fuggire anche in questo caso, e nel 1993 evadendo l’anno successivo. Dopo una breve latitanza è stato catturato e condannato a 33 anni di reclusione, poi diminuiti a venti. Nel 1995 è diventato un collaboratore di giustizia ed è tornato in libertà nel 2010.
Ma oggi, il volto di Maniero è quello di un uomo solitario, che vive con il rimorso e con il dolore del distacco dalla sua famiglia. “Sono stato abbandonato dai miei figli”, dice, come se fosse una ferita che non si rimarginerà mai. “Non vedo più neppure i miei figli e questa è la cosa che più mi fa male, mi mancano tanto, li sento quando chiamo io e loro rispondono per forza”.
Un altro nodo irrisolto nella sua storia è quello del tesoro da 30 miliardi di lire, legato a leggende e speculazioni. “Non c’è più”, ammette, con una punta di rammarico, come se il destino di quella ricchezza fosse l’ombra di un altro tempo, irraggiungibile.
Alla domanda “chi è oggi Felice Maniero”, l’anziano risponde: “Quest’uomo che vedi, niente di speciale”. Un uomo che ha perso tutto: potere, ricchezze, famiglia, ma che non può fare a meno di guardarsi indietro. “Non rifarei il bandito”, dice con un filo di voce, mentre il quadro del vulcano e della sua anima dannata continua a crescere, giorno dopo giorno, un colpo di pennello alla volta.
