La capitale del Venezuela si è svegliata nel panico. Questa mattina alle 7 ora italiana (le 2 di notte locali), almeno sette violenti boati hanno fatto tremare Caracas. I testimoni raccontano di aver sentito aerei militari volare bassissimo poco prima delle deflagrazioni, che hanno risuonato in tutta la città facendo uscire centinaia di persone nelle strade.
Gli obiettivi colpiti sembrano essere due basi militari strategiche: Fort Tiuna, la più importante del paese, e la base aerea di La Carlota. I video diffusi sui social mostrano enormi incendi con colonne di fumo nero che si alzano nel cielo notturno. Diverse zone della città sono rimaste al buio dopo le esplosioni, aumentando la confusione e la paura tra i residenti.
Quello che rende la situazione ancora più inquietante è che né il governo venezuelano né quello americano hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. Il presidente Nicolás Maduro non ha commentato quanto accaduto. Anche dalla Casa Bianca di Donald Trump arriva solo un laconico “siamo al corrente”, senza ulteriori spiegazioni.
Questo silenzio è strano, soprattutto considerando che da settimane Trump aveva avvertito che gli attacchi sarebbero arrivati “presto” e che i giorni di Maduro sono “contati”. Il presidente americano ha schierato nei Caraibi una flotta militare impressionante: la portaerei Gerald Ford (la più grande e potente del mondo), migliaia di soldati, caccia, elicotteri da combattimento e navi da guerra.
Ma le esplosioni di questa notte non sono il primo episodio. Il 18 dicembre scorso, in una remota comunità di pescatori wayuu sulle coste venezuelane, un’esplosione misteriosa ha distrutto una capanna. I tre pescatori presenti hanno raccontato di aver trovato frammenti metallici grigi con scritte in inglese e la parola “warning” (avvertimento). L’odore di esplosivo era forte e inconfondibile.
Trump aveva poi confermato personalmente, il 26 dicembre, di aver condotto un primo attacco in territorio venezuelano. Secondo fonti americane, la CIA avrebbe utilizzato un drone contro un’installazione portuale che Washington riteneva usata dalla banda criminale Tren de Aragua per trafficare droga. Sarebbe il primo operativo diretto conosciuto sul suolo venezuelano.
Dallo scorso settembre, gli Stati Uniti hanno lanciato una campagna senza precedenti contro imbarcazioni sospettate di trasportare stupefacenti. Le forze americane hanno attaccato 35 imbarcazioni uccidendo oltre 100 persone tra le coste venezuelane e nell’Oceano Pacifico. L’ultimo attacco risale al 31 dicembre, con 8 morti confermati.
Trump giustifica queste operazioni come necessarie per fermare il flusso di droga verso gli Stati Uniti. Il presidente americano accusa Maduro di essere a capo di una vasta rete di narcotraffico e di usare il Venezuela come base per i cartelli della droga. Maduro respinge le accuse e sostiene che gli Stati Uniti vogliono semplicemente rovesciare il suo governo per mettere le mani sul petrolio venezuelano (il paese possiede le maggiori riserve provate al mondo).
In un’intervista trasmessa giovedì, Maduro aveva mostrato un’inaspettata disponibilità al dialogo. “Se vogliono conversare seriamente di un accordo contro il narcotraffico, siamo pronti”, aveva dichiarato. Aveva anche offerto investimenti petroliferi alle compagnie americane, come già avviene con Chevron.
Il presidente venezuelano aveva confermato di aver parlato una sola volta al telefono con Trump, il 21 novembre scorso, definendo la conversazione “rispettosa”. Ma aveva aggiunto che “le evoluzioni post conversazione non sono state piacevoli”. Sull’attacco del 18 dicembre, Maduro è stato evasivo: “È un tema di cui forse parleremo tra qualche giorno”, ha detto senza fornire dettagli.
La situazione rimane estremamente tesa e confusa. Le autorità venezuelane non hanno ancora fornito un bilancio delle esplosioni di questa notte, né informazioni su eventuali vittime o danni. Nel frattempo, il dispiegamento militare americano continua e Trump ha più volte ribadito che colpire obiettivi terrestri in Venezuela sarebbe “più facile” che bombardare le barche in mare.
Gli esperti temono che queste azioni possano innescare un’escalation pericolosa in una regione già instabile. Maduro intanto continua a rafforzare le sue difese e ha chiesto aiuto alla Russia per missili, radar e aerei. Il Cremlino ha risposto che “monitora attentamente” ma auspica una soluzione pacifica.



