C’è un’opera letteraria che gli iraniani conoscono a memoria come gli italiani conoscono Dante, che i bambini imparano a scuola come gli inglesi imparano Shakespeare, e che per oltre mille anni ha definito l’anima di un intero popolo. Si chiama Shahnameh, il Libro dei Re, ed è uno dei più grandi poemi epici mai scritti dall’essere umano. Composto tra il 977 e il 1010 d.C. dal poeta persiano Abolqasem Ferdowsi, lo Shahnameh conta circa 60.000 distici, più del doppio dell’Iliade e dell’Odissea messe insieme. Racconta la storia mitica e leggendaria dell’Iran dalle origini del mondo fino alla conquista araba del VII secolo d.C., attraverso le gesta di re, eroi, draghi, demoni e amori impossibili. Lo Shahnameh non è, però, soltanto letteratura. È un atto politico e culturale di straordinaria portata. Tutto questo grazie all’audace rewriting della figura di Alessandro Magno. La storia dice che Alessandro Magno, re di Macedonia, tra il 334 e il 330 a.C. sconfisse l’impero persiano achemenide in tre battaglie decisive, mettendo in fuga e poi causando la morte di Dario III, dopodiché bruciò la capitale cerimoniale Persepoli e si proclamò sovrano dell’Asia.
Nello Shahnameh Alessandro diventa qualcosa di completamente diverso: Eskandar, figlio segreto di un re persiano. Il re persiano Darab (il leggendario Dario II) sposa una principessa macedone, Nahid, figlia di Filippo. La donna, però, soffre di alitosi e viene rimandata al padre prima che il matrimonio venga consumato, ma non prima di essere rimasta incinta. Torna in Macedonia, partorisce in segreto un figlio che viene chiamato Eskandar, e lo cresce come figlio di Filippo. Eskandar, Alessandro, è quindi, per sangue, un principe persiano a tutti gli effetti.

Quando da adulto invade la Persia e sconfigge Dara (Dario III), non sta compiendo una conquista straniera: sta, in un certo senso, reclamando il suo regno legittimo. L’invasione cessa di essere un trauma e diventa quasi una vicenda familiare, quasi una guerra civile risolta nella linea dinastica.
Questo racconto non fu inventato da Ferdowsi. Circolava già in versioni precedenti nella tradizione orale e nei testi pahlavi. Ma è Ferdowsi a dargli la forma definitiva, a inserirlo nel grande affresco epico e a trasformarlo in canone.
La trasformazione di Alessandro in un principe persiano risponde a una necessità psicologica e culturale molto precisa: come si fa a raccontare una sconfitta devastante senza che essa distrugga il senso di sé di un popolo? La soluzione narrativa è elegante e profonda: se il conquistatore è di sangue persiano, allora la continuità è salva. La civiltà non è stata sconfitta da uno straniero; è semplicemente passata di mano all’interno della stessa famiglia regale.
C’è un meccanismo simile in molte culture che hanno subito conquiste traumatiche: la mitizzazione del conquistatore, la sua assimilazione alla tradizione locale, la ricerca di una continuità che neghi la frattura. I Romani lo fecero con Alessandro stesso, i popoli cristiani medievali lo fecero con figure bibliche, i colonizzatori europei, al contrario, costruirono mitologie di superiorità per giustificare la conquista.
La storia dello Shahnameh, e della sua versione di Alessandro, ci dice qualcosa di importante e attualissimo su come funziona la narrazione storica e il rapporto tra identità e racconto.
Ferdowsi impiegò trent’anni a completare l’opera, attingendo a fonti orali antichissime, a cronache pahlavi andate poi perdute e alla tradizione zoroastriana. Secondo la leggenda, il sultano Mahmud di Ghazni, cui l’opera era dedicata, lo ricompensò in modo così misero che Ferdowsi, adirato, spese la somma in una birra. Morì povero. Ma il suo poema sopravvisse a tutto.



