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Home » Cultura » Chi è Charbel Makhluf, il santo libanese sulla cui tomba ha pregato Papa Leone XIV

Chi è Charbel Makhluf, il santo libanese sulla cui tomba ha pregato Papa Leone XIV

La straordinaria storia di San Charbel Makhluf, monaco libanese il cui corpo trasudava sangue dopo la morte. Miracoli, beatificazione e venerazione.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino1 Dicembre 2025
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Papa Leone XIV prega sulla tomba di Charbel Makhluf
Papa Leone XIV prega sulla tomba di Charbel Makhluf (fonte: YouTube/ Vatican News)
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Charbel Makhluf è uno dei santi più venerati del mondo cattolico, la cui fama è legata a eventi straordinari che hanno accompagnato la sua vita e, soprattutto, i decenni successivi alla sua morte. Nato l’8 maggio 1828 nel villaggio di Bkaakafra, nel Libano settentrionale, questo monaco dell’Ordine libanese maronita è diventato simbolo di spiritualità e taumaturgia, attirando pellegrini di diverse religioni presso il monastero di Annaya.

La vita di Charbel Makhluf, al secolo Youssef Antoun, iniziò in una famiglia contadina come quinto figlio di Antun e Brigitte Chidiac. Rimasto orfano di padre durante la primissima infanzia, fu cresciuto dalla madre e dal patrigno, un uomo profondamente religioso che ricevette successivamente il ministero del diaconato. Fu proprio questa figura a indirizzare il giovane Youssef verso una vita ascetica e la preghiera quotidiana.

Fino all’età di 14 anni, Youssef si dedicò alla cura del gregge di famiglia, ma a 22 anni prese una decisione che avrebbe cambiato per sempre il suo destino. Senza informare nessuno della sua vocazione, si recò al monastero di Nostra Signora di Mayfouq, dove entrò in noviziato scegliendo il nome di Charbel, che significa “storia di Dio”.

Trasferitosi al monastero di San Marone ad Annaya, emise i voti perpetui nel 1853 e nello stesso anno si spostò al monastero di San Cipriano di Kfifen. Qui studiò filosofia e teologia sotto la guida di Nimatullah Youssef Kassab Al-Hardini, anch’egli poi canonizzato nel 2004. Dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta il 23 luglio 1859, Charbel tornò al monastero di Annaya, dove maturò il desiderio di vivere in totale solitudine.

Il 13 febbraio 1875 ottenne il permesso di ritirarsi in un eremo, dove trascorse gli ultimi 23 anni della sua vita in preghiera e ascetismo. Morì nel suo eremo la vigilia di Natale del 1898, ma la sua storia era destinata a continuare in modo straordinario.

Pochi mesi dopo la sepoltura, alcuni testimoni riferirono di aver visto una luce abbagliante intorno alla tomba di Charbel Makhluf. Ma il fenomeno più sorprendente riguardava il corpo stesso del monaco: rimasto morbido e con una temperatura simile a quella di un corpo vivo, avrebbe inspiegabilmente trasudato un liquido rossastro vischioso che pareva sangue misto ad acqua.

Questo fenomeno continuò fino al 1950, quando i monaci notarono del liquido che trasudava dal muro della tomba. La bara fu riaperta e tre medici stabilirono che si trattava del medesimo liquido osservato nel 1899 e nel 1927. In ragione di questi eventi, iniziò un intenso pellegrinaggio presso la salma di Makhluf, con fedeli che chiedevano la sua intercessione.

Nel 1925 Papa Pio XI avviò la causa di beatificazione di Charbel Makhluf. Nel 1950 la tomba fu aperta in presenza di una commissione ufficiale composta da medici, che verificarono lo stato del corpo, rimasto intatto fino al 1965, anno della beatificazione. In coincidenza dell’apertura e ispezione della tomba si ravvisò un aumento significativo di episodi di guarigione, suggerendo l’ipotesi di eventi miracolosi.

Nel 1954 Papa Pio XII firmò un decreto che accettava la proposta di beatificazione di Charbel Makhluf l’eremita, celebrata domenica 5 dicembre 1965 da Papa Paolo VI, alla vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II. La canonizzazione ufficiale avvenne il 9 ottobre 1977, sempre per opera di Paolo VI, che aveva firmato il decreto l’anno precedente.

Tra i miracoli più famosi attribuiti a san Charbel figura quello riferito da Nohad El Shami, una donna all’epoca cinquantacinquenne affetta da emiplegia con doppia occlusione della carotide. La donna raccontò di aver sognato, il 22 gennaio 1993, due monaci maroniti fermi accanto al suo letto: uno le impose le mani sul collo operandola chirurgicamente, mentre l’altro teneva un cuscino dietro di lei.

Quando si svegliò, Nohad si accorse di avere due ferite sul collo, una su ciascun lato. Fu completamente guarita e recuperò la capacità di camminare, identificando successivamente uno dei monaci del sogno proprio in san Charbel Makhluf.

Oggi, nella seconda giornata del viaggio a Beirut, Papa Leone XIV ha pregato nella grotta che custodisce le spoglie del monaco: “I miei predecessori l’avrebbero tanto desiderato”, ha detto. Da questo luogo il Pontefice ha chiesto la pace per il mondo.

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