Scanno, un incantevole borgo incastonato nel cuore dell’Abruzzo, è noto per la sua bellezza senza tempo e per le sue antiche tradizioni. Tra queste, spicca il costume tradizionale femminile, un abito nero che racconta storie di un passato ricco di fascino e mistero. Oggi, solo una donna porta ancora con fierezza questo simbolo di identità culturale: nonna Margherita Ciarletta, 94 anni, divenuta una vera e propria “star” del web.
La storia di nonna Margherita ha attirato l’attenzione di turisti e media da tutto il mondo, desiderosi di incontrare l’ultima custode di questa tradizione secolare. Il suo costume nero, immortalato in numerosi scatti fotografici, è diventato un’icona, un simbolo culturale di Scanno. Ma Margherita, una signora dal volto dolce, non sembra essere troppo colpita da questo momento di gloria e in un’intervista ad ANSA ha spiegato:
“Il costume di Scanno è bello, a me è piaciuto e l’ho indossato e basta. Della gloria non me ne frega niente”.

Così, dal 1949 veste ogni giorno in questo modo, senza mai abbandonarlo, nemmeno per lavorare nei campi o mungere le mucche. Anche se al marito nemmeno piaceva. A proposito, Margherita è stata sposata per 74 anni e ha subito recentemente due lutti importanti, la morte delle sue sorelle, Adelia e Anna.
Madre di tre figli, di cui uno prematuramente scomparso, e nonna di cinque nipoti, ha lasciato Scanno solo per un viaggio di nozze a Roseto nel 1951. E per la laurea del figlio a Pisa nel 1970. Proprio all’ombra della torre che pende senza mai cadere i turisti la fermano per scattarle delle foto, affascinati dalla sua mise.
La sua routine è molto serena: sveglia dopo le nove, colazione col latte caldo preparato dal figlio e tanta cucina: “Il segreto per arrivare alla mia età? Solo la buona fortuna del Signore“.
Ma com’è fatto questo meraviglioso abito di Scanno? In antichità aveva una foggia molto complessa. La gonna ampia, lunga fino alla caviglia, in lana verde scura plissettata, variava per colore e tessuto in base al ceto sociale. Sopra c’era la “mantera” (grembiule) in lana o seta, ricamata per le occasioni festive. Il corpetto (“cummodine”) era nero o blu, aderente e con bottoni d’argento decorati e presentava uno scollo con merletto (“scolla”). La camicia sottostante aveva maniche ampie, strette ai polsi. Particolarmente bella la versione per il matrimonio che potete vedere qui in un filmato dell’Istituto Luce.
Il copricapo, elemento distintivo, si è evoluto da un turbante tondo di origine araba, ornato da una reticella (“razzola”) con monete d’oro, a un “cappellitto” moderno, con capelli intrecciati con nastri di seta colorati. Il “fasciatojo” e il “violetto” completavano il copricapo festivo, mentre il “maccaturo” (il fazzoletto) era usato quotidianamente. A completare il tutto, accessori come orecchini, collane, anelli e rosari d’oro o argento. Fino al ‘700 l’abito era colorato (rosso, turchese, giallo), ma dall’800 predomina il nero o blu scuro, forse per esigenze climatiche montane. Negli anni ’50 l’abito raggiunge la forma attuale, sobria ma simbolica.



