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Home » Cultura » Chi era Antonio Ligabue, il pittore che ha dato forma alla solitudine

Chi era Antonio Ligabue, il pittore che ha dato forma alla solitudine

Vi raccontiamo la storia del tormentato pittore e scultore Antonio Ligabue, a sessant'anni esatti dalla sua morte.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene27 Maggio 2025
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Antonio Ligabue posa davanti alla sua "Testa di tigre"
Antonio Ligabue posa davanti alla sua "Testa di tigre" (fonte: Museo Antonio Ligabue)

Sessant’anni fa, il 27 maggio 1965, ci lasciava Antonio Ligabue, un uomo dal destino tormentato e dall’arte indimenticabile. Pittore e scultore tra i più grandi del Novecento italiano, Ligabue trasformò il dolore, la solitudine e la follia in opere vibranti, cariche di vita e colore. Raccontiamo qui la sua storia.

Nato il 18 dicembre 1899 a Zurigo, Antonio fu inizialmente registrato con il cognome Costa appartenente alla madre Maria Elisabetta, e poi come Laccabue, da Bonfiglio Laccabue che la sposò nel 1901; sarà l’artista stesso a cambiarlo in Ligabue da adulto, credendo Bonfiglio responsabile della morte della madre nel 1913. In realtà egli fu affidato sin da piccolo a una coppia svizzera, Johannes ed Elise, con cui sviluppò uno stretto rapporto nonostante una vita segnata da continui spostamenti e difficoltà economiche.

Il rachitismo e il gozzo compromisero il suo sviluppo, mentre il carattere ribelle e le crisi nervose lo portarono a cambiare scuole e perfino a essere internato in un ospedale psichiatrico. Nel 1919, dopo un’aggressione alla madre adottiva, fu espulso dalla Svizzera e inviato a Gualtieri, in Emilia, il paese d’origine del padre. Qui, senza conoscere l’italiano, iniziò una vita nomade, lavorando come bracciante lungo il Po e trovando rifugio nell’arte, che divenne il suo modo di esprimere ciò che le parole non potevano.

"Paesaggio agreste" di Antonio Ligabue, del 1955
“Paesaggio agreste” di Antonio Ligabue, del 1955 (fonte: Espoarte)

L’incontro con il pittore Renato Marino Mazzacurati, nel 1928, fu una svolta: Ligabue scoprì i colori a olio e si dedicò completamente alla pittura e alla scultura. I suoi quadri, ispirati alla memoria visiva e a una fantasia potente, catturano animali selvaggi, scene rurali e autoritratti che rivelano un’anima inquieta. Le sue pennellate, dapprima timide, si fecero via via più audaci, con colori accesi e contorni netti che sembrano vibrare di energia. Le sculture, modellate con la creta del Po, spesso masticata per renderla malleabile, raccontano lo stesso amore per gli animali e il movimento, anche se molte sono andate perdute per la fragilità del materiale.

Nonostante i riconoscimenti, arrivati soprattutto negli anni Cinquanta con mostre personali a Gonzaga e Roma, la vita di Ligabue fu segnata da ricoveri psichiatrici e da un’esistenza al confine della società. La sua arte, però, parlava per lui: dipinti come Testa di tigre o i suoi autoritratti, con occhi che scrutano l’osservatore, sono oggi icone dell’espressionismo italiano. La critica, inizialmente scettica, ne riconobbe il genio, e le sue opere trovarono posto in musei e mostre, da Milano a Mosca, fino alla recente esposizione a Bologna del 2024.

Antonio Ligabue non dipingeva per fama, ma per necessità. La sua arte era un grido, un modo per dare forma alla solitudine, alla nostalgia della Svizzera e alla lotta contro i propri demoni. Come scrisse sulla sua tomba, desiderava solo “libertà e amore”. Le sue tele, piene di tigri ruggenti, cavalli al galoppo e volti tormentati, sono il testamento di un uomo che ha trasformato il dolore in bellezza, lasciando un’impronta indelebile nell’arte del Novecento.

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