Frank Gehry è stato uno degli architetti più influenti e innovativi del XX e XXI secolo. L’artista è morto oggi all’età di 96 anni nella sua abitazione di Santa Monica, in California, in seguito a una breve malattia respiratoria. La notizia è stata confermata dal suo staff al New York Times.
Nato a Toronto, in Canada, e naturalizzato statunitense, è riuscito a rivoluzionare l’architettura contemporanea con il suo stile decostruttivista, caratterizzato da forme fluide, materiali non convenzionali e strutture avveniristiche. In questo modo la sua opera ha ridefinito il concetto stesso di spazio architettonico, trasformando edifici in vere e proprie sculture urbane.
Trasferitosi con la famiglia a Los Angeles negli anni ’40, studia architettura presso la University of Southern California per poi specializzarsi in urbanistica alla Harvard Graduate School of Design. Dopo varie esperienze, nel 1962 finalmente fonda il proprio studio, Gehry Partners, LLP. I primi anni della sua carriera sono caratterizzati da progetti residenziali e commerciali, grazie ai quali può sperimentare soluzioni innovative e materiali industriali come il compensato, il cartone e il metallo ondulato.

Ma è solo negli anni ’70 e ’80 che la sua visione architettonica inizia a prendere forma compiuta. La stessa che gli permetterà di essere considerato come uno dei massimi esponenti dell’architettura decostruttivista, un movimento che rifiuta le forme simmetriche e le strutture convenzionali per creare edifici dinamici e non lineari. Un esempio è il Museo Guggenheim di Bilbao, inaugurato nel 1997. Questo capolavoro dell’architettura contemporanea, con le sue forme ondulate ha trasformato la città spagnola in una meta turistica di rilievo dimostrando quanto possa essere forte il potere dell’architettura nel rivitalizzare un’area urbana.
Oltre al Guggenheim di Bilbao, però, Gehry ha realizzato altri numerosi edifici che hanno segnato la storia dell’architettura tra cui:
- Walt Disney Concert Hall (Los Angeles, 2003): una sala da concerto dalla forma scultorea, celebre per la sua acustica perfetta e le superfici in acciaio inossidabile riflettente.
- Fondation Louis Vuitton (Parigi, 2014): un complesso futuristico con strutture in vetro sovrapposte, che evocano la leggerezza delle vele.
- Dancing House (Praga, 1996): progettata insieme a Vlado Milunić, questa struttura dalle forme sinuose rompe con il tradizionale skyline della città.
- 8 Spruce Street (New York, 2011): un grattacielo residenziale che si distingue per la sua facciata ondulata e irregolare.
Questi sono solo alcuni degli esempi più noti di un lavoro che, per diversi decenni, ha ispirato le giovani generazioni di architetti, vincendo anche il prestigioso Premio Pritzker nel 1989, considerato il Nobel dell’architettura.
Nonostante il suo stile audace abbia suscitato critiche, specialmente per i costi elevati e la complessità costruttiva dei suoi progetti, Gehry ha sempre difeso la sua visione, sostenendo che l’architettura debba sorprendere ed emozionare. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti nel corso della carriera, oltre al Pritzker Prize del 1989, figura il Leone d’Oro alla carriera della Biennale Architettura di Venezia nel 2008. Negli ultimi anni l’architetto aveva continuato a lavorare a pieno ritmo, firmando il progetto della Pierre Boulez Hall a Berlino del 2017 e la torre della Luma Foundation ad Arles del 2021, un edificio dalle geometrie frastagliate che richiama le rocce calcaree delle Alpilles.
Tra i suoi amici più cari facevano parte anche Jasper Johns, Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen, lo scultore Peter Alexander, il pittore Chuck Arnoldi e il regista Sydney Pollack, autore del documentario “Sketches of Frank Gehry”. Nel mondo del design si ricorda essenzialmente la poltrona in cartone Little Beaver del 1987. Diceva di sé: “Sono cresciuto prendendo come modello le archistar del mio tempo: si chiamavano Le Corbusier, Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright. Quello che sono oggi, lo devo anche a loro. Se possono spingere un giovane architetto a migliorarsi, ad essere sé stesso, ben vengano le archistar. Ma naturalmente, quando parlo di archistar, non parlo certo di me“.



