Era il 22 giugno 1958 quando, in una famiglia modesta di Roma, nasceva Giuseppe Pelosi, detto Pino la Rana. Cresciuto tra Guidonia e i sobborghi della capitale, finì a gravitare attorno all’ambiente della microcriminalità e della prostituzione maschile. Quei ragazzi di periferia che Pier Paolo Pasolini, con la sua sensibilità di poeta e regista, aveva già reso protagonisti nei suoi romanzi e nei suoi film.
Pelosi nasce in una famiglia modesta del quartiere di Setteville. È un ragazzo inquieto, cresciuto tra le borgate dove la povertà e la disillusione formano un tessuto sociale fragile, ma anche vivo, rumoroso, contraddittorio.
Abbandona la scuola presto, appena dopo la seconda media, e si arrangia con lavoretti saltuari. Nelle piazze e nei bar incontra altri giovani come lui, molti dei quali finiscono nella piccola delinquenza o nella prostituzione. È un mondo che Pier Paolo Pasolini conosce bene: lo aveva raccontato con intensità poetica nei suoi libri — Ragazzi di vita, Una vita violenta — e nei film che diedero voce a chi voce non aveva.
Pelosi, soprannominato Pino la Rana per via della sua corporatura minuta e il viso largo, è parte di quel mondo marginale che Pasolini amava e temeva al tempo stesso.
Le loro strade si incrociano in un contesto ancora oggi avvolto dal mistero. Secondo la ricostruzione processuale, Pasolini conobbe Pelosi la sera del 1º novembre 1975, nei pressi della stazione Termini. Lo invitò a cena, poi a salire sulla sua Alfa Romeo GT 2000, per una gita verso Ostia.
Quella notte Pasolini non sarebbe mai tornato indietro.
Alle prime luci del 2 novembre, il corpo dello scrittore viene ritrovato all’Idroscalo di Ostia, sfigurato dalle botte e travolto da un’auto. Poco dopo, una pattuglia ferma un giovane alla guida di quella stessa Alfa Romeo, sporco di sangue e in stato di agitazione: è Giuseppe Pelosi, 17 anni appena.
Interrogato, Pelosi confessa. Dice di aver conosciuto Pasolini solo quella sera, di aver accettato la sua proposta di un incontro intimo e di aver reagito violentemente a un tentativo di costrizione sessuale. «Mi sono difeso», spiega.
Il racconto convince solo in parte, ma diventa la base dell’accusa. Pelosi viene rinviato a giudizio per omicidio volontario, furto e atti osceni in luogo pubblico. Il processo, seguito con enorme clamore mediatico, trasforma il delitto in un caso nazionale: l’assassinio di uno dei più grandi intellettuali italiani da parte di un giovane sottoproletario.
Nel 1976 arriva la condanna: nove anni, sette mesi e dieci giorni di reclusione. La sentenza diventa definitiva nel 1979. Pelosi è riconosciuto colpevole come unico autore dell’omicidio.
Durante il processo, i giudici parlano anche di «ignoti complici», ma nessun altro verrà mai identificato. Il caso, ufficialmente, si chiude così.
Pelosi sconta la pena nel carcere minorile e poi in quello di Rebibbia. Nel 1983 ottiene la libertà condizionata.
Nei decenni successivi, la sua vita scorre ai margini: lavoretti, piccole rapine, periodi di detenzione, tossicodipendenza. È un uomo segnato, perseguitato da un nome che non lo lascerà mai: il ragazzo che uccise Pasolini.
Nei primi anni Duemila, viene nuovamente arrestato per furto e spaccio, ma la vera notizia arriva nel 2005, quando decide di rompere il silenzio: in un’intervista televisiva rilasciata a RAI 3, Pelosi cambia radicalmente versione. Dice di non aver mai ucciso Pasolini, ma di aver assistito impotente a un pestaggio feroce compiuto da tre uomini “dall’accento siciliano”, che lo avrebbero minacciato di morte.
Racconta che quella sera Pasolini non cercava sesso, ma voleva recuperare alcune pellicole rubate del film Salò o le 120 giornate di Sodoma, sottratte da una banda di teppisti.
«Mi dissero di stare zitto o avrebbero fatto del male ai miei genitori», dichiarò Pelosi.
Le sue nuove parole riaprirono il dibattito pubblico e politico. Intellettuali, giornalisti e amici di Pasolini — da Laura Betti a Ninetto Davoli, da Dacia Maraini a Marco Tullio Giordana — chiesero che si tornasse a indagare.
Negli anni seguenti furono avanzate richieste di riapertura del caso, basate su nuove analisi del DNA e incongruenze nei referti dell’epoca.
Nel 2010 la Procura di Roma dispose accertamenti genetici sui reperti conservati: vennero trovate tracce biologiche appartenenti a più persone, ma non fu possibile identificarle con precisione.
Nel 2015 la magistratura archiviò definitivamente l’inchiesta, constatando che le prove non bastavano a sostenere nuove imputazioni.
Il delitto Pasolini è diventato nel tempo una ferita simbolica della cultura italiana. Non solo per la brutalità dell’omicidio, ma per ciò che rappresentava: la collisione fra l’Italia borghese e quella marginale, fra il potere e la voce dissidente, fra l’intellettuale e il ragazzo di strada.
Pelosi incarnava, suo malgrado, tutto ciò che Pasolini aveva raccontato con compassione e rabbia. E forse per questo, il fatto che sia stato proprio “uno dei suoi ragazzi” a ucciderlo ha sempre suscitato un senso di paradosso tragico, quasi letterario.
Molti, ancora oggi, ritengono che Giuseppe Pelosi sia stato un capro espiatorio, usato per chiudere rapidamente un caso politicamente scomodo. Altri, al contrario, vedono nella sua confessione giovanile la verità più semplice e cruda: un incontro finito in violenza, senza complotti né mandanti.
Negli anni della malattia, Pelosi visse in un piccolo appartamento a Roma, sostenuto da pochi amici. Morì il 20 luglio 2017, a 59 anni, stroncato da un tumore.
Nelle sue ultime interviste, appariva stanco ma lucido: «Sono stato solo un ragazzo povero finito in un gioco più grande di lui», disse una volta. Fino all’ultimo, sostenne di non aver ucciso Pasolini, chiedendo che la verità fosse cercata altrove.
Oggi, a distanza di cinquant’anni, l’omicidio Pasolini resta uno dei misteri più densi e dolorosi della storia italiana.
Giuseppe Pelosi, nel bene o nel male, ne è stato il centro: il testimone, l’imputato, il simbolo. La sua vita, segnata dal peccato e dalla miseria, è il riflesso di un’Italia che Pasolini aveva descritto con spietata lucidità — quella che divora i suoi figli più fragili e poi li dimentica.
“Io e Pasolini siamo due vittime della stessa storia”, disse una volta Pino Pelosi.
Forse, in quella frase, c’è tutto il senso di un dramma che continua a chiedere giustizia, verità e memoria.
