Immaginate un uomo che nel IV secolo dopo Cristo decide di tradurre l’intera Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, impiegando 23 anni della sua vita in questa impresa monumentale. Quest’uomo è San Girolamo, uno dei più grandi studiosi del cristianesimo antico.
Nato nel 347 a Stridone, un piccolo villaggio al confine tra l’odierna Croazia e Slovenia (che venne poi distrutto dai Goti), Girolamo da giovane si trasferì a Roma per studiare. Non era certo un santo: la sua giovinezza fu piuttosto mondana e frivola. Si appassionò alla retorica e alla letteratura classica, studiando con i migliori maestri dell’epoca. A 19 anni ricevette il battesimo da papa Liberio, ma il suo vero cambiamento arrivò più tardi.
Durante un soggiorno ad Antiochia, Girolamo ebbe quello che lui chiamò il “sogno ciceroniano”: sognò Cristo che lo accusava di amare più la letteratura pagana che i testi sacri. “Tu sei ciceroniano, non cristiano“, gli disse nel sogno. Questa esperienza lo segnò profondamente. Decise allora di ritirarsi nel deserto della Calcide, dove visse per due anni come eremita, dedicandosi alla preghiera e allo studio dell’ebraico.
Nel 382, tornato a Roma, Girolamo divenne segretario di papa Damaso I. Fu proprio il papa a commissionargli un’impresa straordinaria: rivedere le traduzioni latine esistenti della Bibbia e creare una versione uniforme e affidabile. All’epoca circolavano numerose versioni bibliche eterogenee e imprecise, e serviva una traduzione standard accurata e chiara.
Girolamo iniziò revisionando i Vangeli nel 382, ma il lavoro più ambizioso lo svolse dopo essersi trasferito a Betlemme nel 385. Qui, in un monastero, dedicò oltre vent’anni alla traduzione dell’Antico Testamento direttamente dall’ebraico. L’opera fu completata nel 405, e il risultato fu la Vulgata, che significa “edizione per il popolo”.

Ciò che rendeva Girolamo speciale era il suo approccio moderno alla traduzione. Mentre molti traducevano parola per parola, lui preferiva rendere il senso complessivo del testo. Come scrisse in una lettera: “Non rendo la parola con la parola, ma il senso con il senso“. Prendeva come modello Cicerone e altri autori classici che avevano fatto lo stesso con i testi greci.
La Vulgata è scritta in un latino elegante che non traduce alla lettera gli originali, ma si preoccupa di renderne il significato. Questo approccio innovativo gli attirò critiche dai contemporanei, e persino Sant’Agostino espresse dubbi sulla nuova traduzione.
Girolamo non era tipo da mezze misure. A Roma aveva raccolto intorno a sé un gruppo di nobildonne che volevano dedicarsi alla vita ascetica, tra cui la ricca vedova Paola e le sue figlie Eustochio e Blesilla. Il suo rigore morale, però, e le sue posizioni in favore del celibato ecclesiastico gli attirarono le ostilità del clero romano.
Quando Blesilla, una giovane nobile che seguiva le sue rigide regole di digiuno e penitenza, morì prematuramente, molti accusarono Girolamo di essere responsabile della sua morte a causa degli eccessi ascetici. Alla morte di papa Damaso, nel 384, la sua candidatura a succedergli venne bocciata con decisione, e Girolamo decise di lasciare Roma per sempre.
Partì per l’Oriente seguito dalle sue discepole Paola ed Eustochio. A Betlemme, Paola fondò due monasteri, uno maschile e uno femminile, dove vissero fino alla fine dei loro giorni. Girolamo trascorse gli ultimi 35 anni della sua vita nel monastero maschile, dedicandosi alla traduzione biblica, alla scrittura di opere teologiche e all’insegnamento. Morì il 30 settembre 420, proprio nell’anno in cui l’imperatore Onorio impose finalmente il celibato al clero con una legge. La sua Vulgata divenne la traduzione biblica di riferimento per la Chiesa cattolica per oltre mille anni, fino al XX secolo quando si iniziò a utilizzare direttamente i testi in ebraico e greco.
Oggi San Girolamo è considerato uno dei quattro grandi Dottori della Chiesa d’Occidente ed è il santo patrono dei traduttori e degli archeologi.
Molti dipinti raffigurano San Girolamo con un leone accanto. La leggenda narra che un leone ferito si presentò un giorno al suo monastero. Mentre gli altri monaci fuggivano terrorizzati, Girolamo accolse l’animale e gli fece estrarre una spina dalla zampa. Il leone, grato, rimase a vivere con i monaci. In realtà questa storia apparteneva originariamente a un altro santo, Gerasimo, ma a causa della somiglianza dei nomi latini (Gerasimo e Girolamo) le identità vennero scambiate nel tempo.
Nelle opere d’arte San Girolamo viene rappresentato in due modi principali: come studioso nella sua cella, intento a tradurre la Bibbia con il leone accanto, oppure come penitente nel deserto, spesso ritratto mentre si batte il petto con una pietra. Frequentemente appare con l’abito cardinalizio rosso, anche se storicamente non poteva essere stato cardinale, dato che questa istituzione nacque nel Medioevo.



