Esattamente 95 anni fa, il 31 marzo 1930, venne adottato a Los Angeles il Motion Picture Production Code, chiamato comunemente codice Hays dal nome del suo creatore Will H. Hays, presidente della MPPDA (Motion Picture Producers and Distributors of America). Si trattava di una serie di linee guida morali da seguire per la produzione di film negli Stati Uniti: rimasto in vigore fino al 1968, questo codice contribuì a creare l’immagine della cosiddetta “età d’oro di Hollywood” per come la conosciamo al giorno d’oggi, ma al tempo stesso limitò fortemente la creatività e la libertà di espressione di registi e produttori, agendo di fatto come censura nei confronti di tutto ciò che non fosse considerato “moralmente accettabile” all’epoca.
Già dal 1927 anno dell’introduzione del sonoro nei film, Hays e la MPPDA preparavano un codice scritto che fungesse da “autorità morale” per i film hollywoodiani, anche in seguito ad alcuni scandali che avevano turbato l’America e accentuato la fama di Hollywood come “città del peccato”. E nonostante la sua adozione nel 1930, esso cominciò a essere preso sul serio dagli studios solo 4 anni dopo, con la creazione della Production Code Administration (PCA) e il conseguente obbligo di ottenere un certificato di approvazione per poter fare uscire una pellicola nelle sale.
La prima parte del codice Hays elencava dei principi generali a cui i film dovevano attenersi:
- Non abbassare gli standard morali degli spettatori, indirizzandone la simpatia verso il crimine, i comportamenti devianti, il male o il peccato;
- Presentare solo stili di vita corretti, con le sole eccezioni necessarie per dramma e intrattenimento;
- Non ridicolizzare mai la legge, naturale, divina o umana, né sollecitare la simpatia dello spettatore per la sua violazione.

Nella seconda parte vi erano poi delle applicazioni particolari dei primi tre principi, che prevedevano:
- Il divieto di rappresentare nudo, danze lascive, uso di droghe e alcool “quando non richiesto dalla trama o da un’adeguata caratterizzazione”;
- il divieto di presentare allusioni a perversioni sessuali (tra cui figurava l’omosessualità) e malattie veneree, come anche della rappresentazione di scene di parto;
- sostegno alla santità del matrimonio e della famiglia, con il divieto di mostrare adulterio e sesso illegale espliciti o giustificati, scene passionali non necessarie per la trama, “baci eccessivi e lussuriosi”, scene di seduzione e stupro;
- divieto di rappresentare relazioni fra persone di razze diverse;
- rispetto della bandiera degli Stati Uniti d’America, come anche i popoli e la storia delle altre nazioni;
- obbligo di rappresentare scene di omicidio in modo da scoraggiarne l’emulazione;
- obbligo di rappresentare “volgarità” entro i dettami del buon gusto.
L’applicazione del codice fu particolarmente severa durante il mandato di Joseph I. Breen, che fu nominato capo della PCA e rimase in carica fino al 1954. Numerosissimi furono i film presi di mira dalla censura di Breen: Tarzan e la compagna (1934), che subì l’eliminazione di una scena di nudo, Rebecca di Alfred Hitchcock (1938), per cui fu girato un finale alternativo e diverso da quello dell’omonimo romanzo di Daphne Du Maurier dal quale era tratto, e persino Casablanca (1942), in cui fu impedito ai due protagonisti di consumare il loro amore adultero.
Gli studios dovettero anche aggiungere delle “clausole morali” nei contratti degli attori, che potevano essere sospesi o ostracizzati dall’industria se le violavano: una delle vittime di questo sistema fu Ingrid Bergman quando rimase incinta di Roberto Rossellini, che non era suo marito.
Con il passare del tempo, alcuni produttori e registi cominciarono a cercare delle scappatoie per ottenere l’approvazione della PCA senza rinunciare del tutto alle loro idee originali: un esempio di questo metodo è Notorious – L’amante perduta (1946) di Alfred Hitchcock, che si svicolò dal divieto di rappresentare baci più lunghi di 3 secondi facendo fare delle pause ai suoi attori ogni 3 secondi: l’intera scena durò due minuti e mezzo.
A partire dal 1948, con l’ascesa di piccoli studi cinematografici a cui non importava del codice, Hollywood iniziò gradualmente a liberarsi dal giogo della censura; un ulteriore colpo fu inferto dalla stessa Corte Suprema degli Stati Uniti, che in seguito alla messa al bando del corto The Miracle di Roberto Rossellini dichiarò che uno Stato non poteva mettere al bando un film senza violare il Primo Emendamento.
Il provocatorio film del 1959 A qualcuno piace caldo, con una Marilyn Monroe in abiti succinti e Tony Curtis vestito da donna, scandalizzò il pubblico delle sale e ottenne un successo straordinario pur non avendo ricevuto un certificato di approvazione: il codice Hays aveva ufficialmente perso il suo potere. Nel 1968 esso fu ufficialmente abbandonato, e sostituito da un nuovo – e ben più permissivo – sistema di classificazione delle pellicole della Motion Picture Association, in vigore ancora oggi.



