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Home » Cultura » Dal congiuntivo perduto al pronome scomparso: la classifica degli errori che ogni italiano fa (anche a sua insaputa)

Dal congiuntivo perduto al pronome scomparso: la classifica degli errori che ogni italiano fa (anche a sua insaputa)

7 italiani su 10 sono bocciati in grammatica: qual'è, un pò, congiuntivo e apostrofo tra gli errori più comuni. Ecco come migliorare la conoscenza della lingua.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene9 Dicembre 2025
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Una pila di libri e delle matite colorate su un tavolo
Una pila di libri e delle matite colorate su un tavolo (fonte: Unsplash)
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Un’indagine condotta da Libreriamo, media digitale dedicato ai consumatori di cultura, ha prodotto un risultato a dir poco curioso:  7 italiani su 10 hanno difficoltà con la grammatica e commettono errori inquietanti sia nello scritto che nel parlato. Lo studio, realizzato su circa 1600 italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni attraverso un monitoraggio online su blog, forum e principali social network, ha coinvolto un panel di 20 esperti tra sociologi e letterati per fotografare lo stato di salute della nostra lingua.

“Qual’è”, “pultroppo”, “propio”, “avvolte”, “al linguine”, “salciccia”, “cortello” per non parlare di “c’è ne” e “c’è né” o “tt questo” e “ke fai?”: questi sono solo alcuni tra gli errori di grammatica più diffusi nel nostro Paese. Un fenomeno che non risparmia nessuna fascia d’età e che si manifesta quotidianamente sui social media, nei messaggi di testo e persino in contesti formali.

“L’italiano, inteso come lingua, è un luogo simbolico che ci accoglie al di là delle differenze geografiche, sociali e generazionali”, spiega Saro Trovato, sociologo, fondatore di Libreriamo e autore di 501 quiz sulla lingua italiana. “La lingua rappresenta un valore da salvaguardare, una delle eccellenze del nostro Paese da tutelare e valorizzare: per farlo, occorre innanzi tutto conoscerla”.

Al primo posto della classifica degli errori più comuni troviamo l’apostrofo, che mette in difficoltà il 62% degli italiani. Quando si mette? La regola è semplice: con tutte le parole femminili che iniziano per vocale, quindi “un’amica” sì, “un amico” no. Si tratta di elisione: non si può dire “lo apostrofo”, diventa quindi “l’apostrofo”. C’è poi il troncamento: “un po’” vuole l’apostrofo, perché si tratta del troncamento della parola “poco”, e non l’accento come erroneamente molti scrivono.

Il secondo tallone d’Achille è l’uso del congiuntivo, che mette in crisi il 56% della popolazione. Quanti strafalcioni sentiamo ogni giorno anche, e soprattutto, in televisione? “L’importante è che hai superato l’esame”: seppur molto usata, questa è una formula grammaticale scorretta perché in questo caso bisogna usare il congiuntivo: “L’importante è che tu abbia superato l’esame”. Errori come “Se io avrei”, “spero che viene” o “penso che sta bene” sono all’ordine del giorno.

Al terzo posto si posiziona l’uso scorretto dei pronomi, con il 52% di errori. “Gli ho detto che era molto bella”: in questo caso, in riferimento a una persona di sesso femminile, bisogna usare il pronome “le”: “Le ho detto che era molto bella”. Un errore talmente diffuso da essere ormai quasi accettato nel parlato comune.

La corretta coniugazione dei verbi rappresenta un problema per il 50% degli intervistati. Un errore molto diffuso, sia nel parlato che nello scritto, riguarda la declinazione dei verbi, specialmente per quanto concerne l’uso dei tempi verbali e la scelta dell’ausiliare. Confondere l’uso dell’ausiliare essere con avere, dicendo ad esempio “ho andato” invece di “sono andato”, è un classico, così come la coniugazione di verbi irregolari o l’applicazione errata delle forme congiuntive.

Secondo gli esperti, scrivere a mano aiuta a rafforzare la padronanza della lingua italiana
Secondo gli esperti, scrivere a mano aiuta a rafforzare la padronanza della lingua italiana (fonte: Unsplash)

Al quinto posto troviamo l’uso della C o della Q davanti alla lettera U, che genera confusione nel 48% dei casi. Secondo la grammatica italiana, “QU” si usa quando dopo la u c’è una vocale, “CU” si usa quando dopo la u c’è una consonante. Ma ci sono eccezioni che rendono questo errore uno dei più gettonati: evacuare e non evaquare, proficuo e non profiquo, scuotere e non squotere, riscuotere e non risquotere, promiscuo e non promisquo, innocuo e non innoquo.

Un altro degli errori più comuni riguarda la distinzione tra “ne” e “né”, che mette in difficoltà il 44% degli italiani. L’accento su “né” si utilizza quando questo vuole essere utilizzato come negazione: “non voglio né questo né quello”. Nel caso in cui non sia presente la negazione, deve essere utilizzato senza accento: “ne voglio parlare solo con te” oppure “di questo ne discuteremo più tardi”.

La punteggiatura rappresenta un ostacolo per il 39% della popolazione. Virgole, punti e virgola, due punti non vanno mai usati a casaccio: ogni segno di punteggiatura ha la propria regola. La funzione principale della virgola è quella di dare una cadenza precisa a periodi lunghi e complessi. I due punti invece si usano, per esempio, per introdurre un discorso diretto oppure per presentare una spiegazione o un elenco. Il punto e virgola si usa per separare due frasi che sono concettualmente collegate, ma formalmente distinte, indicando una pausa intermedia tra la virgola e il punto.

Il 37% degli italiani sbaglia a scrivere “un po’”. Pur scorretta, la grafia “pò” con l’accento risulta sempre più diffusa. Una rapida ricognizione in rete mostra che “un pò” non si trova solo in chat, nei blog e nei forum, ma anche in comunicati stampa e talvolta in articoli di giornale. La grafia corretta è “un po’” con l’apostrofo, perché la forma è il risultato di un troncamento.

L’uso della d eufonica crea dubbi nel 35% dei casi. Quando usare “e” o “ed”, “a” o “ad”? L’aggiunta della d eufonica deve essere fatta solo nel caso in cui la parola che segue cominci con la stessa vocale con cui termina la parola precedente. Quindi: “vado ad Amburgo” ed “era felice ed entusiasta”.

Completano la classifica errori più creativi ma ugualmente diffusi: “propio” al posto di “proprio”, “pultroppo”” al posto di “purtroppo”, “salciccia” al posto di “salsiccia”, “cortello” al posto di “coltello” o il terribile “avvolte” anziché “a volte”.

Le ragioni alla base di questi errori sono molteplici. I dialetti locali di molte regioni tendono a influenzare la grammatica e la pronuncia della lingua, con costruzioni e coniugazioni verbali che la grammatica e la sintassi italiana giudica scorrette. Inoltre, c’è una differenza notevole tra scuole e regioni riguardo al livello di educazione grammaticale: non tutti imparano le regole con la stessa profondità, e ciò può generare confusione o inconsapevolezza riguardo le regole corrette da applicare. E la lingua italiana in sé non aiuta di certo: con tutte le eccezioni che prevede, risulta decisamente poco intuitiva.

Per affrontare migliorare la padronanza della lingua italiana, gli esperti suggeriscono di leggere con regolarità, fondamentale sin dalla tenera età; ed è importante anche scrivere a mano, per recuperare la dimestichezza con le regole. Gli specialisti consigliano inoltre di evitare le chatbot di intelligenza artificiale, che scrivendo al posto nostro ci disabituano alla scrittura, e di allenare la mente giocando con le regole della lingua italiana, attraverso libri e giochi che consentono di ripassare in modo semplice e coinvolgente.

Questi errori non sono semplici distrazioni grammaticali: spesso indicano una perdita di padronanza della lingua, segno di un linguaggio superficiale e trascurato. Se nel parlato sono poco notabili, nello scritto è tutto il contrario, rendendo ancora più urgente la necessità di recuperare una consapevolezza linguistica che rappresenta uno degli elementi fondamentali della nostra identità culturale.

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