Esiste una fotografia che ha segnato la storia italiana e che mostra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in uno dei momenti più drammatici della sua vita. È il 6 gennaio 1980, giorno dell’Epifania, quando il fratello Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, viene assassinato dalla mafia. Quell’immagine, divenuta iconica, porta la firma di Letizia Battaglia, la fotografa che ha documentato quaranta anni di guerra civile siciliana attraverso il suo obiettivo. La storia di quello scatto, però, è quanto di più lontano si possa immaginare da una caccia allo scoop pianificata. Come raccontato dalla stessa Battaglia in un’intervista del 2015, quando ha compiuto ottant’anni, si è trattato di pura casualità.
Ero in auto con Franco Zecchini e mia figlia. Vedemmo un capannello di persone, al massimo cinque, intorno a una macchina. All’inizio ci sembrava un incidente stradale. Iniziai a scattare delle foto. Solo dopo ci dissero che si trattava di Piersanti Mattarella.
Quello che sembrava un normale incidente stradale, dunque, si rivela invece uno degli omicidi politici più significativi della storia repubblicana. Nella foto si vede Sergio Mattarella che prova a tirare fuori dall’auto il corpo del fratello in fin di vita, mentre accanto c’è anche la moglie di Piersanti. Un’immagine che cristallizza il dolore privato di una famiglia colpita dalla violenza mafiosa e che, al contempo, testimonia un momento cruciale della storia siciliana.

La decisione di scattare quella foto, pur non sapendo inizialmente cosa stesse accadendo, si inserisce nella lunga carriera di Letizia Battaglia come fotografa della mafia e delle sue vittime. Per decenni ha immortalato boss, omicidi, scene del crimine e la ribellione dei siciliani contro Cosa Nostra, creando un archivio visivo fondamentale per comprendere quel periodo storico.
Ma quella stessa foto, oggi, potrebbe non vedere mai la luce sui giornali. Come la stessa Battaglia ha denunciato più volte, il cambiamento delle norme etiche e la diversa interpretazione delle leggi sulla stampa hanno di fatto bandito dai media le immagini dei cadaveri e delle scene di violenza. Due norme in particolare regolano questa censura: l’articolo 15 della legge sulla stampa, che vieta le pubblicazioni a contenuto impressionante o raccapricciante, e l’articolo 528 del codice penale sulle pubblicazioni oscene.
Non si tratta di leggi recenti: risalgono rispettivamente al 1948 e al 1930, ma la loro interpretazione è cambiata radicalmente nel tempo. Quello che negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta era considerato legittimo fotogiornalismo di denuncia, oggi viene ritenuto lesivo della dignità umana e del comune sentimento sul pudore. La giurisprudenza, ad esempio, ha stabilito che fossero raccapriccianti e non pubblicabili le foto del cadavere di Aldo Moro, quelle di Alfredino Rampi nel pozzo di Vermicino, e quelle delle piccole vittime della pedofilia Per Letizia Battaglia questa evoluzione rappresenta una forma di censura inaccettabile.
I fotografi e i giornalisti hanno il dovere di mostrare anche le atrocità del mondo: non è colpa loro se il mondo è atroce. È scomparsa la denuncia della violenza, della depravazione, della crudeltà. Questa è semplicemente censura e io la trovo insopportabile.
Un tempo, come ricorda Vincenzo Vasile, storico inviato dell’Unità e poi direttore del giornale L’Ora, avere la foto del morto era più importante dell’articolo. L’Ora, storico quotidiano della sera palermitano vicino al Partito comunista, è stato il primo a sdoganare le foto delle vittime in prima pagina già negli anni Cinquanta. Una scelta che rispondeva a una duplice motivazione: da una parte denunciare che la situazione dell’ordine pubblico era tutt’altro che sotto controllo, dall’altra offrire ai lettori cronache più fresche rispetto ai giornali del mattino.
Così è diventato il primo giornale a narrare in modo nuovo i fatti di sangue, che in Sicilia erano soprattutto fatti di mafia. L’Ora: morti e feriti, urlavano gli strilloni mostrando prime pagine che, dalle mattanze tra mafiosi, iniziarono presto a riempirsi di cadaveri dei buoni: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre e Piersanti Mattarella.
Oggi quelle stesse immagini non troverebbero spazio. Non solo la foto di Piersanti Mattarella, ma nemmeno quella del piccolo Paolino Riccobono, tredicenne pastore abbattuto nel 1961 con due colpi di lupara, ultima vittima della lunga faida di Tommaso Natale. In quella foto, scattata da Nicola Scafidi, si vedevano sullo sfondo la madre e le zie vestite di nero che correvano verso il corpicino steso sull’erba: un’immagine che fece il giro del mondo smentendo la più grossa delle bugie mafiose, quella secondo cui la mafia non uccide i bambini.
La questione rimane aperta e divisiva. Da una parte chi, come Franco Abruzzo, storico presidente dell’ordine dei giornalisti di Milano, sostiene che non esiste il diritto di pubblicare quello che si vuole e che il divieto tutela la dignità umana. Dall’altra chi, come Letizia Battaglia, ritiene che nascondere la violenza significhi rinunciare alla denuncia e alla memoria storica. In mezzo, quarant’anni di storia siciliana raccontati attraverso un obiettivo fotografico e una foto scattata per caso, in un’Epifania del 1980, che ha cambiato per sempre la vita di una famiglia e di un’intera nazione.



