Era il 26 gennaio 1917 quando Giuseppe Ungaretti, volontario di guerra, si trovava a Santa Maria La Longa, un piccolo paese in provincia di Udine. Il fronte del Carso infuriava durante la Prima Guerra Mondiale e il poeta viveva l’esperienza delle trincee sulla propria pelle. Quella mattina scrisse una cartolina al collega Giovanni Papini con tre brevi composizioni. Una di queste si chiamava Cielo e mare e sarebbe diventata la celebre Mattina.
La versione originale però era diversa. Il testo completo recitava:
“M’illumino / d’immenso / con un breve / moto / di sguardo“
Cinque versi invece dei due che conosciamo oggi. Gli ultimi tre spiegavano come il poeta provasse quella sensazione di illuminazione interiore: attraverso un rapido movimento degli occhi.
Quando decise di pubblicarla, Ungaretti fece una scelta radicale: cancellò gli ultimi tre versi. Voleva eliminare tutto ciò che non fosse essenziale, concentrare in pochissime parole l’esperienza vissuta. Così facendo, caricò le parole rimaste di un significato ancora più potente e lasciò spazio all’interpretazione.
La poesia cattura un momento preciso: l’alba sulla cima del monte San Michele del Carso, conquistata dagli italiani dopo una battaglia devastante che costò 200.000 vite tra entrambi gli schieramenti. Quando l’oscurità si dissolve, lo sguardo può finalmente spaziare a trecentosessanta gradi: il mare, la pianura friulana, le Alpi Giulie. Un’immensità che travolge.
Ungaretti inserì Mattina nella raccolta L’Allegria, pubblicata nel 1931, all’interno della sezione Naufragi. Il titolo della raccolta non è casuale: vuole rappresentare lo slancio positivo di chi sopravvive nonostante le tragedie. I temi sono infatti il dolore della guerra vissuta in prima persona, l’attaccamento disperato alla vita e la fratellanza tra gli uomini nelle situazioni estreme.
Dal punto di vista tecnico, i due versi di tre sillabe formano un settenario spezzato. Le parole “illumino” e “immenso” ripetono il suono della lettera M, quasi a evocare i primi suoni infantili, quelli più istintivi. Questi suoni esprimono un paradosso: da un lato l’incapacità di comunicare ciò che si prova di fronte agli orrori quotidiani della guerra, dall’altro il bisogno irrefrenabile di parlare, di dire.
La brevità estrema del componimento finale risponde a un obiettivo preciso: comunicare l’incomunicabile. L’impatto violento della luce dell’alba produce una sensazione che le parole normalmente non possono descrivere. È lo spettacolo della vita che rinasce dopo il buio, una rivelazione improvvisa del senso profondo delle cose, un istante in cui l’anima del poeta entra in sintonia perfetta con il mondo circostante.
Le quattro parole rimaste riescono così a evocare una condizione esistenziale assoluta, pur restando ancorate alla realtà concreta della storia. Non a caso Ungaretti indicava sempre data e luogo di composizione delle sue poesie di guerra: voleva ricordare l’abisso da cui nascevano. Mattina divenne parte di una specie di diario poetico militare, dove si susseguono i racconti dell’esperienza in trincea con i suoi sentimenti di dolore e straniamento.
La versione definitiva della poesia rappresenta uno dei vertici dell’Ermetismo italiano: dire il massimo con il minimo, lasciare che il silenzio intorno alle parole parli tanto quanto le parole stesse.



