Ogni volta che scriviamo la data, utilizziamo un sistema che nasconde un paradosso linguistico vecchio di millenni. I nomi dei mesi che concludono il nostro anno, settembre, ottobre, novembre e dicembre, portano nel loro DNA i numeri sette, otto, nove e dieci. Tuttavia, nella realtà dei fatti, occupano rispettivamente la nona, decima, undicesima e dodicesima posizione. Questa discrepanza non è un errore, ma il fossile vivente di un’epoca in cui il tempo veniva misurato in modo drasticamente diverso da quello attuale.
Per comprendere questa anomalia dobbiamo tornare nell’antica Roma. La tradizione racconta che Romolo, il primo re, istituì intorno al 738 a.C. un calendario composto da soli dieci mesi. In quel sistema arcaico, l’anno iniziava con il risveglio della natura e delle attività belliche a marzo, mese consacrato a Marte, dio della guerra. Poiché l’anno partiva da lì, settembre si trovava effettivamente al settimo posto, ottobre all’ottavo e così via. I romani ignoravano semplicemente i circa 61 giorni invernali successivi a dicembre, considerandoli un periodo “morto” e privo di utilità agricola o militare.

Fu il successore di Romolo, Numa Pompilio, a sentire la necessità di colmare quel vuoto invernale. Intorno al 700 a.C., vennero introdotti gennaio e febbraio, portando l’anno a dodici mesi e allineandolo meglio ai cicli lunari. Inizialmente questi nuovi mesi furono collocati in coda all’anno, ma nel 452 a.C. trovarono la loro posizione definitiva all’inizio del calendario. Nonostante lo spostamento, i mesi successivi mantennero i nomi numerici originali, dando vita alla confusione che persiste ancora oggi.
Gennaio fu dedicato a Giano, il dio bifronte dei passaggi, ideale per simboleggiare l’ingresso nel nuovo anno. Febbraio trasse il nome dai riti di purificazione delle Februalia. Gli altri mesi primaverili ed estivi rimasero legati a divinità o concetti naturali: aprile allo sbocciare dei fiori (aperire), maggio alla dea della fertilità Maia e giugno a Giunone, protettrice del matrimonio.
Originariamente, anche i mesi estivi seguivano la numerazione progressiva. Luglio era conosciuto come Quintilis (il quinto) e agosto come Sextilis (il sesto). La politica cambiò le carte in tavola: intorno al 44 a.C., il Senato rinominò Quintilis in Julius per onorare Giulio Cesare. Pochi anni dopo, nell’8 a.C., accadde lo stesso per Sextilis, che divenne Augustus in omaggio all’imperatore Augusto.
Settembre, ottobre, novembre e dicembre, pur perdendo la loro corrispondenza numerica, sopravvissero ai tentativi di rinomina che vari imperatori provarono a imporre nel tempo. Sono rimasti immobili per oltre duemilacinquecento anni, testimoni silenziosi di un calendario che è mutato ma che non ha mai voluto recidere del tutto il legame con le sue radici latine. Ogni volta che guardiamo il calendario, dunque, non leggiamo solo dei numeri, ma sfogliamo un libro di storia antica che continua a scandire il ritmo delle nostre giornate moderne, ricordandoci che il passato è molto più vicino di quanto pensiamo.



