Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro in via Fani, a Roma, uccidendo tutti e cinque gli agenti della sua scorta. Cinquantacinque giorni dopo, il 9 maggio, il corpo dello statista fu trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. Quella data segnò per sempre la storia della Repubblica italiana.
Aldo Moro nacque il 23 settembre 1916 a Maglie, un piccolo comune in provincia di Lecce, nel cuore della Puglia. Figlio di un ispettore scolastico, crebbe in un ambiente cattolico e si distinse fin da giovane per le sue doti intellettuali. Si laureò in giurisprudenza all’Università di Bari e intraprese la carriera accademica come professore di diritto penale, materia che insegnò per decenni con rigore e passione.
La politica, tuttavia, divenne presto la sua vocazione principale. Moro fu uno dei protagonisti assoluti della Democrazia Cristiana, il partito che dominò la scena italiana per quasi mezzo secolo. Ricoprì alcune delle cariche più importanti della Repubblica: fu ministro della Pubblica Istruzione, ministro degli Esteri e, per ben cinque volte, Presidente del Consiglio dei ministri. Un cursus honorum difficile da eguagliare.
Negli anni Settanta, in un’Italia attraversata da tensioni sociali, violenza politica e instabilità economica, Moro elaborò una delle idee più audaci della sua carriera: aprire le porte del governo al Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer attraverso il cosiddetto “Compromesso storico“. Questo progetto mirava a includere il PCI nell’area di governo, in un momento in cui il bipolarismo della Guerra Fredda vedeva l’Italia come un fronte cruciale tra blocco occidentale e orientale.
L’obiettivo non era una fusione tra i due partiti, bensì una cooperazione istituzionale capace di garantire governabilità in un Paese sull’orlo della crisi. In piena Guerra Fredda, però, un’alleanza del genere era guardata con enorme sospetto tanto dagli Stati Uniti quanto dai settori più conservatori della stessa DC. La proposta di Moro fu visionaria, ma anche scomoda.

Il 16 marzo 1978, giorno in cui il governo di Giulio Andreotti avrebbe dovuto ottenere la fiducia con l’appoggio esterno del PCI, Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse in un’operazione militare che portò all’uccisione della sua scorta, composta da Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, in via Fani, a Roma. Per 55 giorni fu tenuto prigioniero in un luogo segreto in via Montalcini.
Per quasi due mesi l’Italia rimase con il fiato sospeso. Lo Stato scelse la linea della fermezza, rifiutando qualsiasi trattativa con i terroristi. Una posizione difesa con convinzione da figure come Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, ma contestata da chi, come il Partito Socialista di Bettino Craxi, sosteneva l’apertura di un canale negoziale per salvare la vita dello statista.
Dalla prigionia, Moro scrisse numerose lettere ai vertici della DC, alla famiglia e alle autorità, invocando un intervento. Quelle lettere, lucide, disperate, a tratti accusatorie, restano tra i documenti più strazianti della storia repubblicana.
Il 9 maggio 1978, il corpo senza vita di Moro fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, in via Caetani, a metà strada tra le sedi della DC e del PCI, un segnale simbolico della frattura insanabile causata dal suo rapimento. La sua morte fu annunciata con una telefonata dal brigatista Valerio Morucci al professore di diritto Francesco Tritto. Il caso Moro segnò un punto di svolta nella storia della Repubblica italiana. Accelerò la repressione del terrorismo e compromise definitivamente il progetto di un’alleanza tra DC e PCI.
Ancora oggi, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro restano uno degli eventi più studiati e dibattuti della storia italiana, tra verità giudiziarie, ipotesi di complotti e implicazioni internazionali. Tra le opere più belle dedicate al fatto, sicuramente Buongiorno, Notte di Marco Bellocchio dove il politico fu interpretato da un magistrale Roberto Herlitzka.
Moro rappresentò un’idea di mediazione politica che non sopravvisse alla sua morte, lasciando un vuoto che influenzò profondamente gli sviluppi della politica italiana negli anni successivi.
