Giovanni Battista Bugatti, noto come Mastro Titta, è stato il boia ufficiale dello Stato Pontificio per oltre sessant’anni, dal 1796 (era il 22 marzo) al 1864. La sua figura è entrata nell’immaginario collettivo grazie alla commedia “Rugantino” di Garinei e Giovannini, dove appare come un personaggio chiave nella Roma ottocentesca. Tuttavia, la sua storia reale è ben più complessa e interessante e incarna le contraddizioni di una Roma papalina dove la giustizia divina si intrecciava con una giustizia terrena spietata e spettacolare. Non un mostro sanguinario, ma un funzionario statale meticoloso che considerava il proprio lavoro una dolorosa necessità per il mantenimento dell’ordine sociale.
Nato a Senigallia nel 1779, Bugatti iniziò la sua macabra carriera a soli 17 anni. Il soprannome “Mastro Titta” derivava probabilmente dall’unione di “Mastro”, appellativo comune per gli artigiani, e “Titta”, ipocoristico di Battista. Nel corso della sua lunga attività, eseguì formalmente 516 condanne a morte, un numero impressionante che riflette la severità del codice penale dell’epoca. Le esecuzioni erano eventi pubblici, veri e propri spettacoli di ammonimento per la popolazione, che accorreva in massa per assistere alla morte dei condannati.

Un aspetto curioso e significativo della vita di Mastro Titta riguardava la sua residenza. Per legge, il boia non poteva abitare entro le mura della città di Roma, un divieto che sottolineava lo stigma sociale legato alla sua professione. Bugatti risiedeva quindi a Trastevere, sulla sponda destra del Tevere, una zona che all’epoca era considerata periferica e distinta dal nucleo storico della città.
Ogni volta che doveva eseguire una sentenza capitale, Mastro Titta attraversava il fiume indossando il suo mantello rosso, un indumento distintivo che lo rendeva immediatamente riconoscibile. La vista del boia che passava il ponte divenne per i romani un presagio di sventura, tanto che l’espressione popolare “Mastro Titta ha passato il ponte” divenne sinonimo dell’imminenza di un’esecuzione. Questo dettaglio, carico di simbolismo, evidenzia come la figura del carnefice fosse percepita come un elemento estraneo ma necessario, un’entità che portava la morte all’interno della comunità partendo da un “fuori” fisico e sociale.
Le modalità di esecuzione delle condanne a morte nello Stato Pontificio erano variegate e calibrate sulla gravità del reato commesso. I metodi più comuni includevano la decapitazione, eseguita inizialmente con la scure e successivamente con la ghigliottina, l’impiccagione e, per i crimini più efferati come l’omicidio premeditato o il parricidio, lo squartamento, un supplizio particolarmente crudele che prevedeva lo smembramento del corpo del condannato.
La pena capitale era prevista per una vasta gamma di reati, che andavano dall’omicidio alla rapina a mano armata, dal sacrilegio alla cospirazione contro lo Stato. La severità delle punizioni rifletteva una visione della giustizia basata sul principio della retribuzione e dell’esemplarità: la sofferenza inflitta al condannato doveva non solo espiare il crimine, ma anche fungere da deterrente per i potenziali trasgressori. La pratica della pena di morte nello Stato Pontificio proseguì fino al 1864, quando fu abolita da papa Pio IX, anche se alcune esecuzioni continuarono fino al 1870. L’ultima esecuzione capitale in Italia avvenne nel 1947, mentre l’abolizione definitiva della pena di morte dalla Costituzione italiana risale al 1948.
Nonostante il suo macabro ufficio, Giovanni Battista Bugatti era descritto dai contemporanei come un uomo mite e riservato, un buon padre di famiglia e un devoto cristiano. Quando non era impegnato nell’esecuzione delle sentenze, gestiva una piccola bottega di ombrelli e oggetti sacri a Trastevere, un’attività che gli permetteva di condurre una vita apparentemente normale al di fuori del suo ruolo pubblico. Questa duplice natura, di boia spietato e di cittadino pacifico, contribuisce a rendere la figura di Mastro Titta ancora più enigmatica e affascinante.
Oltre alla sua apparizione in “Rugantino”, dove è stato magistralmente interpretato da attori del calibro di Aldo Fabrizi, Mastro Titta ha ispirato racconti, leggende e opere teatrali che ne hanno tramandato la memoria nel corso dei secoli. Oggi, il suo mantello rosso e la scure che utilizzava sono conservati nel Museo Criminologico di Roma, testimoni silenziosi di un’epoca in cui la pena capitale era una realtà tangibile e il boia un personaggio temuto ma imprescindibile nella società del tempo.
