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Home » Cultura » Storia » Un Papa morto da 9 mesi sul banco degli imputati: l’assurda storia del Sinodo del Cadavere

Un Papa morto da 9 mesi sul banco degli imputati: l’assurda storia del Sinodo del Cadavere

La storia incredibile del Sinodo del Cadavere del 897: quando Papa Stefano VI fece processare il corpo morto del predecessore Formoso.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino1 Settembre 2025
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Concilio cadaverico di Jean Paul Laurens
Concilio cadaverico di Jean Paul Laurens (fonte: Musée des Beaux-Arts)

Il 22 febbraio 897, nella Cattedrale di San Giovanni in Laterano a Roma, si svolse un processo davvero unico: l’imputato era Papa Formoso, ma c’era un piccolo problema: era morto da nove mesi. Il suo successore, Papa Stefano VI, infatti, fece riesumare il corpo decomposto del predecessore, lo fece vestire con gli abiti papali e lo mise seduto su un trono per processarlo. Stefano VI accusava il cadavere di eresia. Cadavere regolarmente difeso da un diacono. Formoso, ovviamente, non poteva rispondere.

Perché tanta follia? Come spesso accadeva nel Medioevo, dietro agli scandali religiosi si nascondevano sempre questioni di potere politico. Nel IX secolo c’erano due grandi “squadre” che si contendevano il controllo dei territori della penisola italiana e soprattutto di Roma. Da una parte i sostenitori dell’imperatore tedesco, Arnolfo di Carinzia, che volevano dominare questi territori dall’estero (la fazione filo-germanica). Dall’altra quelli dei potenti duchi italiani di Spoleto che volevano invece governare con le proprie forze locali (il partito spoletino). Papa Formoso stava con i tedeschi, mentre Stefano VI era dalla parte dei duchi di Spoleto.

papa formoso
papa Formoso (fonte: Universidad de Navarra)

Formoso era stato un papa rispettato: colto, austero, già candidato al papato nell’872. Era però finito nei guai politici con Papa Giovanni VIII, che nel 876 lo aveva addirittura scomunicato e esiliato da Roma. Successivamente era stato riabilitato e nel 891 era diventato papa. Durante il suo pontificato aveva combattuto contro i duchi di Spoleto, che erano arrivati persino a imprigionarlo a Castel Sant’Angelo prima di essere liberato dall’imperatore. Quando Formoso morì nel 896, i suoi nemici politici – il duca Lamberto e sua madre Ageltrude – imposero al nuovo papa Stefano VI di organizzare questo processo postumo per cancellare completamente la memoria del predecessore.

Il processo si concluse con la condanna di Formoso: fu dichiarato “indegno del pontificato” e tutti i suoi atti papali furono annullati. Al cadavere furono strappati i paramenti pontifici e tagliate le tre dita della mano destra usate per le benedizioni. Poi, i resti furono trascinati fuori dalla basilica e gettati nel fiume Tevere.

Il corpo galleggiò per tre giorni lungo il fiume per circa venti miglia, fino ad arenarsi presso Ostia, dove fu trovato da un monaco e nascosto dai fedeli di Formoso.

Anche per Stefano VI, però, le cose non andarono bene. Fu catturato, deposto e imprigionato a Castel Sant’Angelo, dove nell’ottobre 897 venne strangolato. Due mesi dopo, Papa Romano fece recuperare i resti di Formoso e li fece seppellire di nuovo nella basilica di San Pietro.

Il successore Giovanni IX (898-900) annullò completamente il processo contro Formoso, bruciò tutti gli atti e scomunicò i promotori del sinodo, perdonando invece i prelati che vi avevano partecipato perché costretti sotto minaccia.

 

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