Oggi, la moderna scienza forense utilizza tecniche sofisticate per risolvere i crimini, dall’analisi delle impronte digitali al profiling del DNA. Eppure, non molto tempo fa, la giustizia si affidava a metodi ben più discutibili per identificare i colpevoli. Tra questi, uno dei più bizzarri era la convinzione che il corpo di una vittima di omicidio potesse, anche dopo la morte, reagire alla presenza del suo assassino e accusarlo.
Questa pratica, nota come “ordalia del feretro”, prevedeva che il corpo di una vittima venisse portato vicino al suo assassino, iniziando a trasudare sangue dagli occhi o dal naso qualora fosse stato davvero l’omicida.
L’origine precisa di questa convinzione rimane avvolta nel mistero, ma si fa risalire al poema germanico dei Nibelunghi; qui si narrava che il corpo del leggendario Sigfrido, posto su un feretro funebre, iniziò a versare sangue quando il suo assassino Hagen gli si avvicinava. Dal dodicesimo secolo in poi, questa tecnica si affermò come un metodo perfettamente ragionevole per provare la colpevolezza di una persona. In un’Europa sempre più cristianizzata, questo fenomeno veniva considerato una prova inviata dal cielo. Tipicamente, il corpo della vittima veniva portato in tribunale su un feretro e, se non mostrava già segni di perdita di fluidi, all’accusato veniva chiesto di posare le mani su di esso.

Qualsiasi risposta osservata dal tribunale sotto forma di trasudamento o fuoriuscita di liquidi veniva considerata una prova miracolosa della colpevolezza concessa da Dio, contro la quale era praticamente impossibile obiettare.
Oggi sappiamo abbastanza sulla scienza forense e sul processo della morte per comprendere che la probabilità che un corpo morto da tempo possa versare sangue fresco è praticamente nulla. Dopo la morte, il cuore smette di battere e il sangue nelle vene cessa gradualmente di muoversi, causando il caratteristico pallore della pelle di una persona deceduta. Il sangue poi coagula lentamente in tutto il corpo, non lasciando sangue fresco fluente.
Tuttavia, c’è una spiegazione plausibile a questo evento ed è legato a un processo post-mortem noto come spurgo. Man mano che i gas si accumulano naturalmente all’interno del corpo dopo la morte, il cadavere può iniziare a gonfiarsi e a formare vesciche, causando la fuoriuscita di tessuto in decomposizione da orifizi vicini o ferite aperte. Ma non è certo sangue fresco, né tantomeno la prova di colpevolezza verso un omicida.
