Il 23 gennaio 1970 non fu una giornata qualunque per la storia d’Europa. Ad Amsterdam, un gruppo di giovani donne decise di sfidare i tabù dell’epoca con un gesto destinato a diventare leggenda: bruciare i propri reggiseni ai piedi della statua di Wilhelmina Drucker. Non era un semplice atto goliardico, ma il grido di battaglia di Dolle Mina, un collettivo che prendeva il nome proprio da quella pioniera dell’Ottocento, soprannominata “Mina la pazza”. Il gesto di dare alle fiamme il reggiseno è passato alla storia come l’emblema della seconda ondata femminista, un atto simbolico nato per denunciare come il corpo femminile fosse imprigionato da canoni estetici opprimenti. Sebbene le Dolle Mina lo abbiano reso celebre in Europa nel 1970, la scintilla originale scoccò negli Stati Uniti nel 1968 ad Atlantic City, quando le attiviste gettarono reggiseni e ciglia finte in un “cestino della libertà” durante il concorso di Miss America.
Nato solo pochi mesi prima, nel settembre del 1969, Dolle Mina si distinse subito per uno stile radicale e irriverente. Ispirandosi alle proteste americane, uomini e donne olandesi unirono le forze per scardinare l’idea che la biologia dovesse determinare il destino sociale. Nel loro manifesto, le Dolle Mina dichiararono guerra alla subordinazione economica e culturale, puntando a una società dove le pari opportunità fossero la norma e non l’eccezione.
Le loro azioni erano studiate per scioccare e far riflettere attraverso l’ironia. Prima del celebre rogo della biancheria, le attiviste avevano già fatto irruzione in università maschili e sigillato gli orinatoi pubblici con nastri rosa, denunciando l’assenza di servizi igienici per le donne. Reclamavano persino il “diritto di fumare sul lavoro”, sostenendo provocatoriamente che anche le donne avessero diritto al cancro ai polmoni esattamente come i colleghi maschi.
L’impatto fu travolgente. In breve tempo, le rivendicazioni di Dolle Mina divennero l’agenda politica del Paese. I loro gruppi di lavoro si concentrarono su obiettivi concreti e allora rivoluzionari:
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parità salariale e diritto al lavoro per le donne sposate.
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Accesso libero alla contraccezione e legalizzazione dell’aborto.
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Creazione di asili nido e potenziamento dell’istruzione sessuale.
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Abolizione dei concorsi di bellezza, considerati degradanti.
Verso la metà degli anni Settanta, il movimento riuscì a mobilitare migliaia di persone, portando alla nascita di consultori, case famiglia e reti di assistenza. Grazie a loro, il volto dei Paesi Bassi e del Belgio cambiò per sempre: le donne smisero di essere spettatrici e divennero protagoniste nei partiti e nei sindacati.
Tutto, insomma, nel nome di Wilhelmina Drucker. Nata ad Amsterdam nel 1846 da una madre single, Wilhelmina crebbe conoscendo da vicino le discriminazioni sociali. Divenne una giornalista d’assalto e, nel 1889, fondò la prima associazione per i diritti delle donne nei Paesi Bassi, fu una vera icona di rottura. Il suo atto più simbolico, dare alle fiamme i corsetti in pubblica piazza, fu il primo storico segnale della volontà femminile di liberarsi dalle costrizioni fisiche e morali imposte dalla società maschilista dell’Ottocento.
L’eredità di Wilhelmina Drucker, che un secolo prima bruciava i corsetti per liberare il corpo femminile, trovò nelle Dolle Mina le interpreti perfette per il mondo moderno. Oggi, molti dei loro traguardi sono diritti acquisiti in Europa, ma il loro spirito di lotta creativa resta un modello fondamentale per chiunque combatta ancora contro le discriminazioni in ogni parte del mondo.



