Era il 6 ottobre 1927 quando nei cinema di New York arrivò un film destinato a cambiare per sempre la storia del cinema. “Il cantante di jazz” (The Jazz Singer) non fu solo il primo lungometraggio con dialoghi parlati sincronizzati, ma anche una pellicola che ancora oggi fa discutere per le sue scelte artistiche problematiche.
Prima di questo film, il cinema era muto. Gli attori dovevano affidarsi a gesti esagerati e a espressioni facciali marcate per comunicare emozioni, mentre le didascalie scritte spiegavano i dialoghi. La Warner Bros. decise di tentare un esperimento rischioso: registrare non solo una colonna sonora musicale, ma anche far parlare e cantare i personaggi sincronizzando perfettamente le loro labbra con l’audio.
All’epoca le cineprese erano così rumorose che risultava quasi impossibile registrare contemporaneamente video e audio. Per questo il suono veniva registrato separatamente e poi sincronizzato con le immagini, un’operazione tecnicamente complessa che poteva fallire facilmente. Se l’audio non fosse stato perfettamente allineato con le immagini, sarebbe potuta essere la fine per la casa di produzione.
Il successo del film fu in realtà più modesto di quanto la leggenda hollywoodiana voglia farci credere. La Warner Bros. inflazionò i dati al botteghino sommando gli incassi delle due versioni distribuite: quella sonora e quella ancora muta. Inoltre, molti più spettatori videro la versione silenziosa che quella parlata. Nonostante questo, l’impatto fu innegabile. Nel giro di tre anni, entro il 1930, i film muti erano ormai un’eccezione.
La trama racconta la storia di Jakie Rabinowitz, un giovane ebreo del Lower East Side di Manhattan. Suo padre è un cantore di sinagoga e vorrebbe che il figlio continuasse la tradizione familiare. Ma Jakie è affascinato dalla musica moderna, dal jazz, considerato scandaloso all’epoca. Il padre, inorridito dalle scelte del figlio, lo caccia di casa. Jakie cambia il suo nome in Jack Robin e insegue il suo sogno di diventare un cantante di jazz, riconciliandosi infine con la famiglia.
Il film però porta con sé un elemento che oggi risulta profondamente disturbante: Al Jolson, l’attore protagonista, si esibisce con il volto dipinto di nero, una pratica chiamata blackface. Si tratta di una tecnica teatrale molto diffusa all’epoca, in cui artisti bianchi si truccavano per interpretare personaggi afroamericani, spesso con connotazioni caricaturali e offensive.
Nel 1927 il blackface era considerato normale nel mondo dello spettacolo e non veniva percepito come offensivo dal pubblico bianco. Molti storici del cinema sostengono che Jolson, immigrato ebreo, non stesse ridicolizzando la cultura afroamericana, ma cercasse di portare il jazz nel mainstream con sincerità. Secondo questa interpretazione, il blackface rappresentava per Jolson un modo di esprimere una “nuova identità ebraica” attraverso la musica nera, creando un ponte tra due comunità marginalizzate.
Jolson era effettivamente un sostenitore dei diritti civili e finanziò progetti di artisti neri, tra cui la prima opera teatrale scritta da un afroamericano ad arrivare a Broadway. Tuttavia, all’epoca nessuno si preoccupò di chiedere alla popolazione nera cosa pensasse di questa pratica. Questo aspetto rimane il punto più problematico del film: una rappresentazione che, per quanto radicata nel contesto storico, escludeva completamente la prospettiva delle persone che venivano rappresentate.



