L’11 marzo 1669, l’Etna aprì le sue viscere sul fianco meridionale e scatenò la più devastante eruzione vulcanica della storia siciliana. In 122 giorni, un fiume di lava percorse oltre 16 chilometri, seppellì almeno una decina di centri abitati e raggiunse il mare di Catania, ridisegnando per sempre la costa orientale dell’isola.
Già dall’8 marzo una serie di violenti terremoti aveva cominciato a squassare il fianco sud-orientale del vulcano, causando crolli e danni a Nicolosi. Erano i segnali del magma che, risalendo dai serbatoi profondi, premeva contro le pareti dei condotti interni cercando una via d’uscita. La tensione crostale culminò il mattino dell’11 marzo, quando una frattura lunga circa 12 chilometri si aprì nel terreno, estendendosi dalle quote sommitali fino a circa 900 metri sul livello del mare, nei pressi di Nicolosi. Da quella spaccatura si levò subito una colonna piroclastica imponente: la cenere cadde così fitta e pesante da far crollare i tetti delle abitazioni di Pedara, Trecastagni e Viagrande, mentre i lapilli raggiunsero persino la Calabria.
Nel giro di pochi giorni le bocche eruttive diventarono sette. Dalla fenditura principale presero forma due coni vulcanici gemelli che la gente del posto ribattezzò subito Monti della ruina, oggi noti come Monti Rossi, ancora visibili nei pressi di Nicolosi. Il 13 marzo la lava raggiunse e seppellì Malpasso, l’odierna Belpasso. Poi toccò a Mompilieri, San Pietro Clarenza, Camporotondo Etneo, San Giovanni Galermo e Misterbianco. Di quest’ultimo villaggio, la colata risparmiò soltanto il campanile e un muro della chiesa madre, un’immagine che ancora oggi simboleggia la potenza di quell’eruzione.
Il 23 marzo un braccio lavico largo oltre tre chilometri aveva già travolto parte di Mascalucia. Il fronte avanzava su più direttrici contemporaneamente, con la forza di chi non incontra ostacoli.

Nella notte tra il 22 e il 23 aprile, alle due, la lava raggiunse il mare. Prima di arrivare al litorale, aveva già circondato il Castello Ursino, che in quel tempo sorgeva a pochi passi dall’acqua, e minacciato da sud l’ingresso in città attraverso la Porta dei 32 canali. I catanesi tentarono di resistere: il senato cittadino si riunì per valutare persino l’abbandono dell’abitato, mentre gruppi di uomini innalzarono barriere di pietre a secco per contenere l’avanzata.
Una vicenda curiosa merita di essere ricordata. Don Diego Pappalardo, sacerdote di Pedara, guidò un gruppo di uomini coperti di pelli animali che aprirono a picconate una breccia nel canale lavico per deviarne il flusso verso ovest. Il tentativo funzionò parzialmente, ma fu bloccato dagli abitanti di Paternò, terrorizzati all’idea che la lava potesse dirigersi verso i loro campi. Fu il primo tentativo documentato nella storia di deviare una colata lavica.
Prima del 1669, Catania era attraversata da un fitto reticolo di canali alimentati dalle acque superficiali dell’Amenano, tanto che veniva chiamata città bianca. La lava seppellì quei 32 condotti pubblici in un colpo solo. Il fiume trovò nuove vie sotterranee, e ancora oggi riaffiora in Piazza Duomo, nella celebre Fontana dell’Amenano, mentre la città si ritrovò trasformata in una città nera, dominata dalla roccia lavica. Una caratteristica così unica che anche l’elefante dell’omonima fontana è costruito in roccia lavica.
Il Castello Ursino, fino ad allora affacciato sul mare, si ritrovò separato dalla costa da oltre un chilometro di lava solidificata. Le mura cittadine persero in elevazione tutto il loro perimetro da nord a ovest fino a sud: i Bastioni di San Giorgio e di Santa Croce furono ricoperti. Scomparvero anche tracce antichissime, come il presunto Circo Massimo e la Naumachia, strutture di probabile origine romana descritte da storici precedenti.
L’eruzione si concluse l’11 luglio 1669. Complessivamente furono eruttati circa 600 milioni di metri cubi di materiale su una superficie di 40 chilometri quadrati. Un dato sorprendente chiude questa storia: nonostante la portata catastrofica dell’evento, non si registrò alcuna vittima tra la popolazione. La lava aveva fatto tabula rasa di un intero territorio, ma le persone avevano avuto il tempo di salvarsi. Dalla pietra nera che tutto aveva distrutto, Catania avrebbe poi tratto i materiali per ricostruirsi più bella di prima.
