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Home » Cultura » Storia » Il morbo K: la malattia inventata da un medico italiano per salvare gli ebrei romani dai nazisti

Il morbo K: la malattia inventata da un medico italiano per salvare gli ebrei romani dai nazisti

Ecco la storia del morbo inventato dai medici del Fatebenefratelli per salvare ebrei del ghetto di Roma durante la Seconda guerra mondiale.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti21 Gennaio 2026
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Giovanni Borromeo
Giovanni Borromeo inventore del morbo K (fonte: YouTube)

Nel cuore della Roma occupata dai tedeschi, sull’isola Tiberina, si consumò una delle pagine più straordinarie di resistenza civile durante la Seconda guerra mondiale, ossia l’invenzione del morbo K, mai esistito. Fu una bugia geniale orchestrata dai medici dell’Ospedale Fatebenefratelli per proteggere ebrei e altri perseguitati dai rastrellamenti e dalle deportazioni naziste. Con il pretesto di un’epidemia pericolosamente contagiosa, riuscirono a ingannare le SS e salvare decine di vite umane.

La figura centrale di questa operazione fu Giovanni Borromeo, internista ed esperto di malattie infettive che aveva espresso un chiaro rifiuto del fascismo. Per questo motivo era stato chiamato dal Priore dell’Ordine, il polacco Fra Maurizio Bialek, che gli garantiva un certo margine di libertà. Borromeo aveva due motivazioni profonde: da un lato opponeva resistenza contro il fascismo e i suoi abusi, dall’altro era stato allievo del fisiopatologo Marco Almagià, di religione ebraica, il che probabilmente lo rendeva più sensibile alle violenze e discriminazioni antisemite.

Il morbo K, dunque, veniva descritto come una malattia altamente contagiosa e letale, caratterizzata da crampi, convulsioni e infine asfissia. Il profilo sintomatologico era volutamente simile a quello della tubercolosi, malattia nota, diffusa e temuta all’epoca. Un aspetto cruciale, poi, era che l’agente infettivo responsabile veniva presentato come sconosciuto, aumentando il senso di pericolo. I malati vivevano in strettissimo isolamento, un elemento sempre associato a un alto indice di virulenza.

Riguardo l’origine del nome esistono due versioni non necessariamente incompatibili. La prima e più evidente è che K deriverebbe dal bacillo di Koch, responsabile della tubercolosi. In Italia le conoscenze su questa malattia erano piuttosto avanzate grazie a figure come Edoardo Maragliano, il primo a proporre una sieroterapia fondata sull’immunità passiva, o Carlo Forlanini, che inventò lo pneumotorace per favorire la cicatrizzazione dei tessuti polmonari affetti da tubercolosi.

La seconda versione, invece, opera per assonanza con il terrore dell’epoca. La K potrebbe infatti riferirsi all’ufficiale delle SS Kappler, che controllava Roma e che venti giorni prima del rastrellamento aveva confiscato l’oro alla comunità ebraica romana con l’inganno, per poi diventare responsabile dell’eccidio delle fosse ardeatine. Oppure al generale Kesselring, comandante in capo delle forze tedesche in Italia.

Secondo questa interpretazione, nacquero in quei giorni tragici i pazienti Kesselring per indicare i pazienti in fuga dai tedeschi. Non è certo se nella beffa architettata da Borromeo il nome scelto contenesse anche un ironico riferimento ai due alti militari tedeschi, ma il morbo K aveva il vantaggio di essere immediatamente comprensibile alle orecchie delle SS.

Come riportato da Adriano Ossicini, attivista antifascista e giovane medico alle dipendenze di Borromeo, con questa dicitura sulle cartelle cliniche dei pazienti era un codice per indicare che il malato non era affatto malato ma era ebreo, e questo faceva fuggire a gambe levate i nazisti con lo stesso timore che loro stessi incutevano alle persone.

Adriano Ossicini
Adriano Ossicini (fonte: YouTube)

I pazienti affetti da morbo K, dunque, venivano ospitati in stanze con porte ermeticamente chiuse, coperti e isolati. Veniva chiesto loro di dare forti colpi di tosse per simulare i sintomi della malattia. Le stanze, inoltre, erano allestite con macchinari, farmaci e soluzioni proprio come accadeva per il trattamento delle grandi malattie infettive, rendendo la messinscena credibile agli occhi dei soldati tedeschi.

La vicinanza del quartiere ebraico all’isola Tiberina, poi, contribuì al successo del piano. Si stima che la voce si sia sparsa a partire dal rastrellamento del 15-16 ottobre 1943 e che, da allora, le persone si recassero di nascosto al Fatebenefratelli per farsi ricoverare. Alcuni storici ipotizzano che furono salvate poco più di un centinaio di persone, benché non vi siano dati certi.

Il caso del morbo K, però, non fu unico nella storia. Nel ghetto di Varsavia due medici inventarono un metodo per creare falsi segni diagnostici di un’epidemia di tifo per bloccare l’arruolamento obbligatorio di forza lavoro e le deportazioni. Il sistema prevedeva l’inoculazione, prima del test diagnostico operato dai nazisti che allora era la reazione Weil Felix, degli stessi antigeni che si legano agli anticorpi dei soggetti affetti da tifo dei ratti o endemico.

Alla storia del morbo K Rai 1 dedica una miniserie in due puntate che andranno in onda il 27 e 28 gennaio prossimi in occasione del Giorno della Memoria.

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