Il primo giorno del 1958, davanti agli occhi della moglie, del padre e dei suoi tre figli, lo psichiatra Douglas Kelley ingerì una capsula di cianuro di potassio: lo stesso metodo scelto da Hermann Göring, il comandante supremo delle forze aeree naziste che Kelley aveva intervistato per mesi nel carcere di Norimberga oltre un decennio prima. La coincidenza inquietante tra le due morti solleva ancora oggi domande senza risposta sulla vera natura di quella fine.
Nato l’11 agosto 1912 a Truckee, in California, Douglas McGlashan Kelley si era laureato in medicina e psicologia all’Università della California e alla Columbia University. Durante la Seconda Guerra Mondiale prestò servizio come psichiatra con il 30th General Hospital, i curando soldati americani sul fronte europeo per quello che oggi chiamiamo disturbo da stress post-traumatico. Il suo compito era riportarli sul campo di battaglia il più rapidamente possibile.
Nell’agosto 1945, con il grado di maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, Kelley ricevette un incarico straordinario: valutare la competenza mentale di 22 tra i più alti funzionari del regime nazista in attesa di processo. Dopo la resa della Germania e il suicidio di Adolf Hitler, le potenze alleate avevano deciso di istituire un tribunale militare internazionale a Norimberga per giudicare crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini contro la pace.
Kelley doveva determinare se gli imputati fossero mentalmente idonei a sostenere il processo, se comprendessero le conseguenze delle loro azioni e se rappresentassero un rischio di suicidio. Per cinque mesi, tra il 1945 e il 1946, condusse centinaia di ore di colloqui individuali con uomini i cui nomi erano diventati sinonimo del male assoluto: Hermann Göring, Rudolf Hess, Robert Ley e molti altri.
Göring, considerato il secondo uomo più potente del regime nazista dopo Hitler, divenne il focus principale delle attenzioni di Kelley. Arrivato al centro di detenzione americano di Mondorf-les-Bains, in Lussemburgo, nel 1945 con 49 valigie, gioielli elaborati e una grande scorta di paracodeina, un narcotico, Göring rappresentava una sfida professionale senza precedenti. Kelley lo descrisse come la persona più spietata che avesse mai incontrato, ma tra i due si sviluppò un rapporto cordiale e complesso.
Lo psichiatra utilizzava dei test di Rorschach con macchie d’inchiostro, chiedendo agli imputati di descrivere ciò che vedevano; somministrava il test di appercezione tematica, mostrando fotografie o illustrazioni e chiedendo di raccontare una storia; conduceva test del QI e, sorprendentemente, eseguiva anche trucchi di magia, convinto che questo avrebbe dato fiducia ai prigionieri durante i colloqui.
Ogni giorno Göring lo accoglieva nella sua cella con un sorriso ampio e la mano tesa, lo accompagnava alla branda e ne batteva il centro con la mano. Il comandante nazista arrivò persino a chiedere l’aiuto di Kelley per consegnare delle lettere a sua moglie Emmy e per farla riunire con la loro figlia Edda. Kelley misurò il QI di Göring a 138, il terzo più alto tra i funzionari nazisti incarcerati, e lo trovò privo di psicosi e capace di affrontare il processo.
Tuttavia, nelle sue annotazioni, Kelley sottolineò anche il lato oscuro di quel fascino. Göring presentava una personalità forte ed era caratterizzato da un egocentrismo estremo. Era un leader energico, che non si curava delle conseguenze del suo operato né aveva considerazione per gli altri. Nonostante l’intelligenza superiore alla media e l’immaginazione vivida, Göring era profondamente narcisista: molte delle sue risposte ai test erano incentrate su se stesso.
Lavorando insieme allo psicologo Gustave Gilbert, Kelley giunse a conclusioni che all’epoca risultarono scomode e controverse: determinò che solo Robert Ley, tra tutti gli imputati, era effettivamente pazzo. Gli altri, incluso Göring, non presentavano disturbi psichiatrici specifici in quanto nazisti, ma erano semplicemente figli del loro ambiente, come tutti gli esseri umani. In circostanze simili, secondo lui, molte persone avrebbero agito allo stesso modo.
Questa valutazione rappresentava una rottura radicale con le aspettative del pubblico. Se i nazisti erano psichiatricamente disturbati, se erano mostri o esempi di esseri umani devianti, allora potevano essere assolti dalla responsabilità delle loro azioni. Un mostro agisce semplicemente come un mostro, senza fare scelte. Ma Kelley li considerava responsabili: le loro scelte erano state intenzionali. Li descrisse come stacanovisti e opportunisti che non avrebbero esitato a calpestare metà del loro paese per soggiogare l’altra metà.
Gilbert, che aveva lavorato fianco a fianco con Kelley, arrivò a conclusioni opposte: i nazisti rappresentavano un gruppo disturbato dal punto di vista psichiatrico. I due psichiatri volevano scrivere un libro insieme, ma le loro divergenze lo resero impossibile. Non mancarono gli scontri professionali, anche se il film Nuremberg del 2025 drammatizza questi conflitti arrivando a mostrare una colluttazione che non avvenne mai nella realtà.
Kelley non assistette al processo dei suoi pazienti. Contrariamente a quanto mostrato nel film, dove viene licenziato per aver fatto trapelare informazioni a una giornalista, nella realtà fu promosso e tornò negli Stati Uniti prima che Göring salisse sul banco dei testimoni. Le sue valutazioni, tuttavia, aiutarono l’accusa a formulare una linea di interrogatorio più informata. Alla fine del processo risultò chiaro che Göring era pienamente consapevole dell’Olocausto, delle atrocità nei campi di sterminio e dei crimini di guerra contro i civili.
Condannato a morte, Göring non vide mai il patibolo. Il 15 ottobre 1946, poche ore prima dell’esecuzione per impiccagione, fu trovato morto nella sua cella dopo aver ingerito una capsula di cianuro. Non è mai stato chiarito come sia riuscito a procurarsela, anche se una teoria suggerisce che una guardia gliel’abbia fatta passare di nascosto.
Tornato in California, Kelley pubblicò nel gennaio 1947 il libro 22 Celle a Norimberga, documentando le sue osservazioni su Göring e sugli altri prigionieri. Divenne direttore del Graylyn Psychopathic Hospital alla Bowman Gray School of Medicine nella Carolina del Nord, poi capo del Dipartimento di Psicologia a Berkeley. Durante questo periodo fu consulente per la polizia di Berkeley, per il carcere di San Quentin, per l’esercito e per l’aviazione degli Stati Uniti.
Il suo lavoro si concentrò sui movimenti psicologici dei criminali. Sperimentò con i cosiddetti sieri della verità, sviluppando iniezioni di pentothal sodico e amytal sodico, oltre a inalanti di protossido di azoto ed etere; utilizzò anche test poligrafici su soggetti criminali. La sua indagine sul rapimento e l’omicidio della studentessa universitaria Stephanie Bryan a Berkeley giocò un ruolo chiave nella condanna di Burton Abbott nel 1955.
Kelley tenne conferenze pubbliche e interviste radiofoniche, guadagnando notorietà per il suo ruolo nei processi di Norimberga. Sostenne l’idea di sottoporre a esami psichiatrici chiunque si candidasse a cariche politiche e avvertì gli americani sui pericoli rappresentati da persone simili ai nazisti, pensando principalmente ai segregazionisti del sud degli Stati Uniti. Il suo messaggio era inquietante: queste persone sono sempre state tra noi e sempre lo saranno.
Il libro di Gilbert, pubblicato successivamente, ebbe più successo di quello di Kelley. Il pubblico, esausto dalla guerra e dal lungo processo, era predisposto a credere che i nazisti fossero un gruppo psichiatricamente disturbato e che quel tipo di comportamento fosse ormai estinto. Le conclusioni di Kelley, invece, suggeriscono che individui con personalità simili esistano nel normale spettro della personalità umana.
Negli anni successivi, la salute di Kelley peggiorò. La famiglia lo descrisse come un alcolizzato con scatti di rabbia e una storia di minacce di suicidio. Il suo medico personale riferì che nei mesi precedenti la morte era stato trattato per una grave condizione allo stomaco e si trovava sotto stress estremo per i suoi impegni professionali. Il primo gennaio 1958, durante uno scatto d’ira mentre cucinava, annunciò alla famiglia che si sarebbe suicidato.
I primi rapporti della polizia suggerirono che la capsula da lui ingerita fosse la stessa che Kelley aveva portato via da Norimberga, forse appartenuta proprio a Göring. La famiglia, tuttavia, ha sempre contestato questa versione. A causa delle sostanze che Kelley conservava nel suo laboratorio domestico, è impossibile determinare la vera origine del veleno.
Ci si chiede tuttora se la sua morte fosse un deliberato tentativo di suicidio o un incidente, e soprattutto se le somiglianze tra la sua fine e quella di Göring siano una pura coincidenza o in qualche modo legate alle conversazioni di Norimberga. Il figlio Doug Kelley ha dichiarato anni dopo di non sapere se il padre avesse preso quella capsula da Göring, ma di essere certo della crudele ironia della situazione.
La storia di Douglas Kelley è ora al centro del film Nuremberg, nelle sale dal 18 dicembre. Rami Malek, premio Oscar per la sua interpretazione di Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody, interpreta lo psichiatra, mentre Russell Crowe veste i panni di Hermann Göring. Il film è basato sul saggio di Jack El-Hai Il nazista e lo psichiatra. Malek ha dichiarato che affrontare un film di questa natura significa mandare un messaggio preciso, soprattutto in un’epoca di forte preoccupazione sulle violazioni dei diritti umani.
Le osservazioni di Kelley a Norimberga offrirono una nuova comprensione della psiche dei leader nazisti, ma potrebbero anche averlo portato a una fine prematura. La sua eredità professionale rimane controversa: aveva ragione nel sostenere che il male non è una categoria psichiatrica ma una scelta umana? O quella vicinanza prolungata con Göring, quelle 80-90 ore di colloqui faccia a faccia con uno degli uomini più spietati della storia, lasciarono in lui un’impronta che non riuscì mai a cancellare?
Quando lo psichiatra lasciò Norimberga, portò con sé a Santa Barbara non solo i suoi appunti e i risultati dei test, ma anche radiografie del cranio di Hitler, le capsule di paracodeina confiscate a Göring, i pacchetti di cibo e le testimonianze di Rudolf Hess, il vice di Hitler: materiali di un’indagine sulla natura del male che forse continuò a ossessionarlo fino all’ultimo giorno della sua vita, quando scelse di morire esattamente come era morto l’uomo che aveva descritto come la persona più spietata che avesse mai incontrato.



