Nel cuore di Dublino la dinastia Guinness ha scritto una saga che intreccia birra, ricchezza, filantropia e tragedie. Fondata da Arthur Guinness nel 1759, la famiglia dietro la celebre stout ha trasformato un sogno imprenditoriale in un impero globale, ma non senza ombre: lutti, scandali e una presunta “maledizione” hanno segnato il loro cammino. Mentre la serie Netflix House of Guinness riporta alla luce la loro storia, impariamo a conoscere una dinastia che ha dato al mondo ben più di una birra leggendaria.
Tutto inizia con Arthur Guinness, nato nel 1725 a Celbridge, Irlanda. Figlio di un amministratore terriero, Arthur eredita 100 sterline alla morte del padrino, l’arcivescovo di Cashel, e con esse avvia una piccola birreria a Leixlip nel 1755; 4 anni dopo firma un contratto d’affitto di 9.000 anni per la St. James’s Gate Brewery a Dublino, pagando 45 sterline l’anno. È il 31 dicembre 1759: nasce il birrificio Guinness. La sua intuizione – produrre una porter scura, poi evoluta nella stout – cambia il destino della famiglia.
Arthur ha dalla moglie Olivia Whitmore 21 figli, di cui 10 sopravvivono, gettando le basi di una dinastia. Protestante devoto, cresciuto in un’Irlanda dominata dalla maggioranza cattolica ma governata da una élite anglicana, Arthur si oppone fermamente alla Ribellione irlandese del 1798, organizzata dagli United Irishmen – un gruppo prevalentemente presbiteriano che mira a sovvertire il dominio britannico. Guinness vede nella rivolta non solo una minaccia economica, con i disordini che rischiano di paralizzare il commercio di Dublino, ma anche un pericolo per l’ordine sociale.
Suo figlio John viene ferito negli scontri, rafforzando l’avversione familiare verso il separatismo. Arthur sostiene l’emancipazione cattolica dagli anni ’90 del Settecento, ma solo entro i confini dell’Unione, vedendola come un modo per stabilizzare la società senza concedere l’indipendenza. Questa posizione si radica nella famiglia: i Guinness diventano noti come “unionisti costruttivi“, convinti che l’unione con la Gran Bretagna – sancita dall’Act of Union del 1801 – sia essenziale per la prosperità economica dell’Irlanda, ma anche della loro stessa dinastia.

Nel 1803, alla morte di Arthur, il figlio Arthur II prende le redini. Sotto di lui la Guinness diventa la più grande birreria d’Irlanda, esportando in Inghilterra e oltre. La produzione passa da 20.000 barili nel 1833 a oltre un milione nel 1886, grazie a innovazioni come la fermentazione scientifica e l’uso di orzo tostato. La famiglia si espande in due rami principali: i birrai, che gestiscono l’azienda, e i banchieri, che fondano la Guinness Mahon Bank. Nel 1855 Benjamin Lee Guinness, figlio di Arthur II, diventa il primo membro eletto al Parlamento irlandese, consolidando il potere politico della famiglia e sposando ancora una volta la causa unionista e conservatrice.
Il XIX secolo segna l’ascesa sociale dei Guinness. Benjamin Lee riceve il titolo di baronetto, e suo figlio Edward Cecil, nato nel 1847, diventa il primo Conte di Iveagh nel 1919. Edward trasforma la ricchezza in filantropia: finanzia la costruzione di case popolari a Dublino e Londra, fonda il Guinness Trust (oggi Guinness Partnership) per la realizzazione di alloggi sociali e dona il parco di St. Stephen’s Green alla città. La famiglia si intreccia con l’aristocrazia: i discendenti sposano membri di casate nobili come i Plunket e i Channon, e occupano posizioni di prestigio, dal Parlamento britannico alla diplomazia. Durante la Rivolta di Pasqua del 1916 la famiglia presta i suoi camion all’esercito britannico per trasportare truppe, un gesto che conferma la loro lealtà all’Unione e li espone all’ira nazionalista.
Ma il XX secolo porta ombre anche all’interno della famiglia: la “maledizione dei Guinness” diventa un racconto ricorrente, alimentato da una serie di tragedie. Tara Browne, pronipote di Edward, muore a 21 anni in un incidente d’auto a Londra nel 1966, ispirando la canzone A Day in the Life dei Beatles. Negli anni ’80, Henrietta Guinness si suicida gettandosi da un ponte a Spoleto, e Olivia Channon, figlia di Paul Channon, muore per overdose a Oxford nel 1986. Altri membri affrontano degli scandali, come Oonagh Guinness che perde tre mariti in circostanze drammatiche, o di Alec Guinness, cugino lontano, che nonostante la fama come attore (Star Wars, Il ponte sul fiume Kwai) vive una vita segnata da lutti familiari.

Nel 1986 la Guinness diventa una public company, e nel 1997 si fonde con Grand Metropolitan per formare il colosso mondiale Diageo, diluendo il controllo familiare. Oggi la famiglia non gestisce più direttamente il birrificio, ma il marchio Guinness resta un’icona, con oltre 1,8 miliardi di pinte vendute ogni anno in 150 Paesi. Alcuni discendenti come Edward Guinness, quarto Conte di Iveagh, e Clare Guinness continuano a influenzare settori come la finanza e la filantropia per conto dell’azienda, mentre il nome rimane sinonimo di eccellenza e tradizione.
La serie Netflix House of Guinness, diretta da Tom Shankland, esplora il periodo d’oro della dinastia nel XIX secolo, romanzando la vita di Edward e dei suoi figli, ma resta fedele al contesto storico: la crescita economica, le riforme sociali e le tragedie personali. La “maledizione” è un elemento narrativo, ma la realtà è più complessa: la famiglia Guinness ha affrontato lutti non diversi da quelli di altre dinastie, ma amplificati dalla loro visibilità. La loro eredità vive nelle strade di Dublino, nei progetti sociali e in ogni pinta di stout servita.



