Lucca, dicembre 1942. Durante la messa della Vigilia di Natale, una giovane donna irrompe nuda sul sagrato del Duomo: è ferita, sconvolta, e il suo gesto scandalizza l’intera città. Si chiama Margherita Lenzi e poche ore dopo viene internata nel manicomio femminile di Maggiano per volontà del marito, l’avvocato Filippo Lenzi, figura influente vicina al regime fascista. Per tutti è la prova inconfutabile della sua follia. Ma è davvero così?
Questa storia, fittizia ma rappresentativa di quello che molte donne dovettero subire in quegli anni, è al centro di Le libere donne, la nuova serie televisiva in onda su Rai 1 a partire da questa sera, alle ore 21:30. La fiction, diretta da Michele Soavi e interpretata da Lino Guanciale, è liberamente tratta dal romanzo autobiografico Le libere donne di Magliano di Mario Tobino (psichiatra, poeta e scrittore), pubblicato nel 1953. Un’opera che ha svelato le ingiustizie e le sofferenze nascoste dietro i cancelli dei manicomi italiani del Novecento.
Mario Tobino nasce a Viareggio nel 1910; dopo essersi laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Bologna nel 1936, si specializza in neurologia, psichiatria e medicina legale, iniziando a lavorare negli ospedali psichiatrici, prima ad Ancona e poi a Firenze. Allo scoppio della seconda guerra mondiale viene richiamato alle armi e inviato sul fronte libico fino al 1942, esperienza che racconterà nel romanzo Il deserto della Libia.
È proprio al rientro dalla guerra, segnato profondamente dall’esperienza del fronte, che Tobino viene chiamato a lavorare nell’ospedale psichiatrico femminile di Maggiano, in provincia di Lucca. Qui dedica la sua vita professionale alla cura dei malati di mente, combattendo contro un sistema che considerava i manicomi luoghi di contenimento più che di cura.
Nel manicomio di Maggiano, Tobino incontra donne come Margherita, internate non per reale malattia mentale ma perché considerate scomode, ribelli o vittime di soprusi familiari. Il caso di Margherita Lenzi rappresenta emblematicamente questa tragica realtà: il suo gesto disperato sul sagrato della chiesa, interpretato come follia, nasconde in realtà una storia di violenze subite. Lo psichiatra inizia a indagare, sospettando che la giovane donna sia stata internata ingiustamente, ma sfidare il potente avvocato Lenzi, protetto dal regime fascista, potrebbe costargli caro.
Durante gli anni a Maggiano, Tobino sviluppa un approccio rivoluzionario per l’epoca, basato sull’empatia, l’ascolto e la comprensione, in netto contrasto con la disciplina ferrea e le pratiche repressive che dominano la psichiatria del tempo. La sua attività professionale si intreccia con l’impegno nella Resistenza: nel 1943 partecipa attivamente alla lotta partigiana, esperienza che racconterà nel romanzo Il clandestino. Nella fiction, questo doppio fronte di battaglia emerge attraverso il personaggio di Paola Levi Olivetti, interpretata da Gaia Messerklinger, antico amore di Tobino diventata staffetta partigiana e costretta alla clandestinità perché ebrea.
La serie, composta da sei episodi trasmessi in tre puntate, è stata girata e ambientata a Lucca con il patrocinio del comune toscano e la collaborazione della Fondazione Mario Tobino ETS. Il cast vede protagonisti Lino Guanciale nel ruolo dello psichiatra, Grace Kicaj in quello di Margherita, Paolo Briguglia come l’avvocato Filippo Lenzi e Fabrizio Biggio al suo primo ruolo drammatico. Guanciale ha raccontato di aver scoperto Tobino da ragazzo leggendo Per le antiche scale e di essere rimasto profondamente colpito dall’opportunità di interpretare un personaggio realmente esistito, definendo il set emotivamente magico.
L’opera letteraria di Mario Tobino è segnata da uno spiccato autobiografismo e da una forte connotazione psicologica e sociale. Scrittore prolifico, ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Strega nel 1962, il Premio Campiello nel 1971 e il Premio Viareggio nel 1976. Nel 1956 pubblica La brace dei Biassoli, romanzo autobiografico, e nel 1966 Sulla spiaggia e di là dal molo, omaggio alla sua città natale Viareggio. Una frase tratta da quest’opera, “Viareggio in te son nato, in te spero morire”, è stata dipinta a caratteri cubitali sul molo della città caratterizzandone il panorama.
Tobino si oppose fermamente alla chiusura dei manicomi realizzata con la Legge Basaglia del 1978, posizione sostenuta nel romanzo Gli ultimi giorni di Magliano, in cui prevedeva i disagi e i suicidi dei malati che sarebbero rimasti senza assistenza dopo le dimissioni. Affermava che la sua vita era lì, che i pazzi erano i suoi simili e che la malinconia, l’architettura della paranoia e le catene delle ossessioni esistono indipendentemente dalla chiusura delle strutture. La sua battaglia non era contro la dignità dei pazienti, ma per garantire loro cure adeguate e protezione.
La fiction Le libere donne racconta dunque una storia ambientata nell’Italia degli anni più bui del Novecento, quando dietro la parola follia si nascondevano spesso ingiustizie, abusi di potere e la volontà di mettere a tacere le donne che osavano ribellarsi. La vicenda di Margherita e l’impegno di Mario Tobino rappresentano un capitolo fondamentale della storia della psichiatria italiana e della lotta per i diritti umani, un racconto di coraggio che merita di essere ricordato e tramandato.
