Nel Giorno della Memoria, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pronunciato parole nette sulla responsabilità del regime fascista nell’Olocausto. “Oggi torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938“, ha dichiarato. Ma cosa successe veramente in quegli anni? Ripercorriamo i momenti chiave di questa tragedia.
1938: le Leggi Razziali, il punto di rottura
Nel 1938 il regime di Benito Mussolini varò le cosiddette “leggi per la difesa della razza“. Contrariamente a quanto si pensa, non furono imposte dalla Germania nazista: rappresentarono una scelta autonoma del governo italiano, adottata prima ancora dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Le conseguenze furono immediate e devastanti. Gli ebrei italiani, fino a quel momento cittadini a tutti gli effetti, vennero improvvisamente esclusi dalla vita pubblica. Non potevano più insegnare, esercitare numerose professioni o sposare persone non ebree. Furono schedati, censiti e isolati dal resto della società.
1940-1943: i campi di internamento
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, il regime creò campi di internamento per rinchiudere ebrei stranieri e, in seguito, anche italiani. Luoghi come Ferramonti di Tarsia in Calabria o Campagna in Campania divennero prigioni all’aperto dove le condizioni di vita erano estremamente difficili. Non erano ancora campi di sterminio come quelli nazisti, ma rappresentavano già una forma di prigionia e segregazione.
8 settembre 1943: l’armistizio e l’occupazione nazista
L’armistizio firmato l’8 settembre 1943 divise l’Italia in due. Il Sud venne liberato dagli Alleati anglo-americani, mentre il Centro-Nord finì sotto occupazione tedesca. In quei territori nacque la Repubblica Sociale Italiana (RSI), il governo fascista di Salò controllato da Mussolini e alleato dei nazisti.
Da questo momento la situazione per gli ebrei italiani peggiorò drasticamente.
16 ottobre 1943: il rastrellamento del Ghetto di Roma
Il 16 ottobre 1943 rimane una data indelebile nella memoria di Roma. Le SS naziste fecero irruzione nel Ghetto ebraico della capitale, arrestando oltre mille persone tra anziani, donne e bambini. Tutti furono deportati ad Auschwitz. Solo sedici sopravvissero.

30 novembre 1943: la RSI diventa complice attiva
Il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno della Repubblica di Salò, Buffarini Guidi, firmò l’Ordine di polizia n. 5. Il documento stabiliva l’arresto immediato di tutti gli ebrei sul territorio italiano, il loro internamento e la confisca dei loro beni.
Non si trattava più di semplice obbedienza ai nazisti: era collaborazione attiva. Polizia italiana, funzionari fascisti e militi della RSI parteciparono direttamente alla caccia agli ebrei.
1944-1945: le deportazioni verso i campi di sterminio
Negli ultimi anni di guerra partirono dall’Italia occupata treni carichi di ebrei diretti ai campi di sterminio nazisti, principalmente Auschwitz. Il campo di transito di Fossoli, vicino a Carpi in provincia di Modena, divenne il principale centro di raccolta prima delle deportazioni.
Circa 8.000 ebrei italiani furono deportati. La maggior parte non fece mai ritorno.
Il bilancio: numeri e responsabilità
Degli oltre 44.000 ebrei presenti in Italia nel 1943, circa 7.500-8.000 furono uccisi nella Shoah. Molti altri si salvarono grazie all’aiuto di cittadini comuni, partigiani e religiosi che li nascosero rischiando la vita.
Questo non cancella però la responsabilità del regime fascista.



