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Home » Cultura » Storia » Quando 300 Sioux furono massacrati davanti a una scritta di pace: Wounded Knee è ancora oggi una ferita

Quando 300 Sioux furono massacrati davanti a una scritta di pace: Wounded Knee è ancora oggi una ferita

Il 29 dicembre 1890 si consumava il massacro di Wounded Knee. La storia di un popolo inerme tradito dalla cavalleria degli Stati Uniti.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino29 Dicembre 2025
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Cartellone commemorativo a Wounded Knee
Cartellone commemorativo a Wounded Knee (foto di Waveman001 - Opera propria, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)

Esistono date che non sono solo numeri sul calendario, ma cicatrici profonde nell’identità di una nazione. Il 29 dicembre 1890 è una di queste. In quella fredda mattina d’inverno, lungo le sponde del torrente Wounded Knee, in South Dakota, si scriveva la pagina più nera della conquista del West: il momento in cui la resistenza dei Nativi Americani non finì con un trattato, ma con il sangue di circa 300 persone, in gran parte donne e bambini.

Tutto ebbe inizio pochi giorni prima. La tribù Sioux dei Miniconjou, guidata dal capo Piede Grosso, era in fuga. Dopo l’uccisione del leggendario Toro Seduto, il clima nelle riserve era diventato irrespirabile. Piede Grosso, vecchio e ormai consumato dalla polmonite, non cercava la guerra; stava conducendo circa 350 persone verso la riserva di Pine Ridge, sperando che un altro grande leader, Nuvola Rossa, potesse offrire loro protezione e pace.

Il 28 dicembre, questo gruppo di rifugiati, composto per due terzi da civili inermi, fu intercettato dal Settimo Reggimento di cavalleria degli Stati Uniti. I soldati li scortarono fino a un accampamento improvvisato presso il Wounded Knee, circondandoli con un numero sproporzionato di truppe e piazzando strategicamente delle mitragliatrici Hotchkiss sulle colline circostanti, puntate direttamente verso le tende dei nativi.

Il mattino seguente, l’ordine era perentorio: disarmare i Sioux. Mentre i soldati frugavano tra i poveri averi dei nativi, la tensione salì alle stelle. Il punto di non ritorno fu raggiunto a causa di un tragico malinteso. Un giovane guerriero di nome Coyote Nero, che era sordo e probabilmente non aveva compreso l’ordine di consegnare il suo fucile Winchester, esitò. Nel parapiglia che seguì mentre i soldati cercavano di strappargli l’arma, partì un colpo accidentale verso l’alto.

nativi americani in accampamento
nativi americani in accampamento (fonte: Unsplash)

Quello sparo isolato scatenò una reazione brutale e indiscriminata. Le mitragliatrici iniziarono a falciare l’accampamento a una velocità spaventosa. Non fu uno scontro tra soldati, ma una mattanza. Le persone venivano inseguite e colpite mentre cercavano scampo tra le gole ghiacciate del torrente. Alla fine della giornata, quasi 300 Sioux giacevano morti sulla neve, insieme a 25 soldati americani, molti dei quali colpiti probabilmente dal fuoco amico dei propri compagni nel caos generale.

Il dettaglio più straziante di questa tragedia avvenne dopo la fine del fuoco. I pochi sopravvissuti, feriti e terrorizzati, furono trasportati a Pine Ridge e ammassati dentro una piccola missione episcopale. Erano i giorni di Natale. Mentre venivano adagiati sul pavimento, potevano alzare lo sguardo e leggere i festoni appesi per le festività che recitavano: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”. Un contrasto agghiacciante tra il messaggio cristiano di amore e l’orrore commesso da un esercito che si professava civilizzatore.

Per quasi un secolo, i libri di storia americani hanno etichettato questo evento come la “Battaglia di Wounded Knee”, quasi a voler nobilitare un atto di violenza unilaterale trasformandolo in un atto eroico di guerra. Solo dopo decenni di lotte e rivendicazioni da parte delle comunità indigene, il governo e gli storici hanno accettato la realtà dei fatti. Oggi, sul cartello commemorativo che segna il luogo della tragedia, la parola “Battle” è stata simbolicamente coperta e corretta con “Massacre”.

Wounded Knee non è però rimasto confinato nel 1890. Nel 1973, il luogo fu teatro di un’altra protesta eclatante: i militanti dell’American Indian Movement occuparono la cittadina per oltre settanta giorni, chiedendo il rispetto degli antichi trattati e denunciando le condizioni di povertà nelle riserve. Quel gesto riaccese i riflettori su una ferita mai rimarginata.

Il sacrificio di Piede Grosso e del suo popolo è diventato un simbolo universale di resistenza. Grandi artisti hanno trasformato questo dolore in musica, da Johnny Cash con la sua ballata dedicata al capo Sioux, ai RedBone e Robbie Robertson. Queste canzoni non sono solo tributi, ma atti di giustizia poetica per evitare che il silenzio della neve di quel dicembre cali di nuovo sulla verità.

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