Il 13 luglio 1949, in piena Guerra Fredda, la Chiesa cattolica compì un gesto senza precedenti: la Congregazione del Sant’Uffizio ufficializzò un decreto, pubblicato il primo del mese, che dichiarava illecita l’iscrizione al Partito Comunista Italiano, nonché ogni forma di appoggio ad esso. Approvato da Papa Pio XII, il provvedimento rappresentava molto più di una semplice condanna dottrinale: per la prima volta venivano colpiti direttamente i fedeli che, pur rimanendo cattolici, aderivano al comunismo.
Il decreto si configurava come risposta al bisogno di linee guida del clero, costituendo l’epilogo di un’operazione riservatissima concertata da Pio XII insieme all’Assessore del Sant’Offizio, monsignor Alfredo Ottaviani, vero autore di questo gesto controverso. La decisione fu presa in gran segreto, con autorevoli porporati ignari della decisione e con la stessa Segreteria di Stato.
La novità giuridica del provvedimento consisteva nell’andare oltre la tradizionale condanna del comunismo come dottrina. La Chiesa cattolica fin da prima del decreto condannava il comunismo. La novità consisteva nella condanna ulteriore di chi si iscriveva al partito o collaborava con esso, anche non condividendone l’ideologia. Il decreto specificava che chi professava la dottrina comunista doveva essere considerato apostata e incorreva automaticamente nella scomunica.
Il testo, scritto in latino, stabiliva quattro punti fondamentali attraverso domande e risposte:
- non era lecito iscriversi al partito comunista o sostenerlo;
- non era lecito stampare, divulgare o leggere materiale comunista;
- non potevano essere ammessi ai Sacramenti i cristiani che compivano consapevolmente tali atti;
- incorreva nella scomunica chiunque professava, difendeva o propagava la dottrina comunista materialista.
Un aspetto cruciale era l’inclusione degli avverbi “scienter et libere” (consapevolmente e liberamente), che rendeva l’applicazione del decreto dipendente dalla valutazione del sacerdote.
Nelle parrocchie d’Italia il decreto del Sant’Uffizio venne reso pubblico attraverso la stampa e l’affissione di manifesti. Questi manifesti semplificavano il contenuto, spesso omettendo dettagli significativi. La formulazione “Fa peccato grave e non può essere assolto chi è iscritto al Partito Comunista” creava un messaggio molto diretto per la popolazione. Il risultato fu il caos. I vescovi applicavano il decreto in ordine sparso, alcuni con interpretazioni più severe, altri più permissive.
Nel 1959, sotto Papa Giovanni XXIII, la Congregazione del Sant’Uffizio pubblicò un ulteriore chiarimento che estendeva la condanna anche al voto per partiti che, pur non professando principi contrari alla dottrina cattolica, si associavano ai comunisti nei fatti.
Taluni ritengono che tale dichiarazione sia di fatto decaduta tacitamente con il Concilio Vaticano II, sebbene non vi sia al riguardo alcuna nota ufficiale della Santa Sede. La scomunica ai comunisti non è mai stata ufficialmente revocata e rimane una parte controversa della storia della Chiesa. Praticamente, invece, negli ultimi anni è stato totalmente disatteso. L’evoluzione del contesto storico, la fine della Guerra Fredda e i cambiamenti nella Chiesa post-conciliare hanno di fatto reso il decreto obsoleto, benché formalmente mai abrogato.



