Ogni anno, tutto novembre diventa un momento speciale per ricordare che la storia degli Stati Uniti è iniziata molto prima dell’arrivo dei colonizzatori europei. È il mese dedicato a celebrare le culture, le tradizioni e i contributi fondamentali dei popoli indigeni d’America. La strada per arrivare a un mese intero di celebrazioni è stata lunga e piena di personaggi interessanti. All’inizio del Novecento, un uomo di nome Arthur Caswell Parker, appartenente alla nazione Seneca, fu tra i primi a spingere per questa causa. Parker non era solo un attivista: lavorava come archeologo e diresse importanti musei a New York. Riuscì a convincere i Boy Scout americani a dedicare una giornata ai “primi americani”, cosa che l’organizzazione fece tra il 1912 e il 1915.
Nel marzo del 1914 successe qualcosa di straordinario. Red Fox James, probabilmente della nazione Blackfeet, partì a cavallo dal Montana con un obiettivo ambizioso: raggiungere Washington D.C. e convincere il presidente Woodrow Wilson a creare una festa nazionale per i nativi americani. Il suo viaggio durò quasi 6.000 chilometri. Lungo la strada raccolse firme di governatori e senatori che sostenevano la sua causa. Arrivò alla Casa Bianca a metà dicembre e incontrò il presidente, anche se Wilson non proclamò mai ufficialmente la festa.

James non si arrese e tornò alla Casa Bianca nel 1915, questa volta per chiedere qualcosa di ancora più importante: la cittadinanza americana per i nativi. Quello stesso anno nacque l’American Indian Day, una giornata annuale fissata per il secondo sabato di maggio.
La richiesta di una festa nazionale andava di pari passo con la lotta per i diritti fondamentali. Sherman Coolidge, della tribù Arapaho e presidente del Congress of the American Indian Association, nel settembre 1915 dichiarò ufficialmente l’American Indian Day, ma nella sua proclamazione chiese anche la cittadinanza per i nativi americani. Ci vollero quasi dieci anni perché il Congresso approvasse finalmente l’Indian Citizenship Act nel giugno 1924, garantendo la cittadinanza a tutti i nativi americani nati negli Stati Uniti. Tuttavia, molti non poterono votare fino agli anni Cinquanta, perché i diritti di voto dipendevano ancora dai singoli stati.
Dopo questi primi sforzi, alcuni stati iniziarono autonomamente a celebrare i nativi americani. New York fu il primo nel 1916. Ma bisognò aspettare il 1976 perché la Casa Bianca riconoscesse ufficialmente questa celebrazione: il presidente Gerald Ford proclamò la “Native American Awareness Week” dal 10 al 16 ottobre, proprio durante il bicentenario degli Stati Uniti.
Ronald Reagan continuò questa tradizione durante la sua presidenza, iniziando nel 1983 con un’American Indian Day a maggio, per poi stabilire nel 1988 una settimana di celebrazione a fine novembre. Il grande cambiamento arrivò nel 1990, quando il presidente George H.W. Bush, su richiesta del Congresso, estese la celebrazione all’intero mese di novembre, creando il National American Indian Heritage Month.
Da allora è diventata consuetudine che ogni presidente emetta ogni autunno un decreto simile. Oggi il mese viene chiamato in vari modi: National Native American Heritage Month o National American Indian and Alaska Native Heritage Month. L’importante è che novembre rimanga un momento per riconoscere e valorizzare le culture dei popoli indigeni d’America, la loro storia millenaria e il loro contributo continuo alla società americana.



