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Home » Cultura » Storia » Un passo alla volta verso l’abisso: come nacque davvero l’Olocausto, l’onda nera che cancellò vite, identità, diritti

Un passo alla volta verso l’abisso: come nacque davvero l’Olocausto, l’onda nera che cancellò vite, identità, diritti

L'Olocausto non fu deciso in un solo giorno: ecco come i nazisti passarono dalle leggi razziali alle camere a gas, tra il 1933 e il 1942.
RedazioneDi Redazione27 Gennaio 2026
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due fiori sul filo spinato di Auschwitz
due fiori sul filo spinato di Auschwitz (fonte: Unsplash)
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Non c’è stato un singolo momento in cui i nazisti si sono riuniti per decidere di uccidere milioni di persone. L’Olocausto è stato un processo graduale, che si è evoluto in diverse fasi nell’arco di quasi dieci anni. Capire questa escalation è fondamentale per comprendere come l’odio possa trasformarsi in genocidio.

Fin dal 1920, l’antisemitismo era uno dei pilastri del Partito Nazista. Nel programma politico c’era già l’intenzione di separare gli ebrei dalla popolazione “ariana” e privarli dei diritti, ma inizialmente non si parlava di sterminio fisico. Gli ebrei venivano considerati una “razza inferiore” e una minaccia per la Germania, secondo la folle ideologia razziale nazista.

Fase 1: La discriminazione legale (1933-1939)

Quando Hitler prese il potere nel gennaio 1933, le persecuzioni iniziarono immediatamente. Dal 1933 al 1939, gli ebrei subirono gli effetti di più di 400 tra decreti e regolamenti che limitavano le loro vite sotto tutti gli aspetti: dal lavoro all’istruzione, dai luoghi pubblici alle relazioni personali.

Il punto di svolta arrivò nel 1935 con le Leggi di Norimberga. Queste leggi definivano chi era ebreo non in base alla religione praticata, ma al “sangue”: se avevi tre o più nonni ebrei, eri considerato ebreo a tutti gli effetti. Le leggi tolsero agli ebrei la cittadinanza tedesca e proibirono loro di sposarsi o avere relazioni con persone “di sangue tedesco”.

In questa fase, i nazisti pensavano ancora a “soluzioni” come l’emigrazione forzata. Esistevano persino progetti per deportare tutti gli ebrei europei in Madagascar o concentrarli in zone della Polonia. L’obiettivo era escluderli dalla società, non ancora ucciderli sistematicamente.

Fase 2: Ghetti e deportazioni (1939-1941)

Con l’invasione della Polonia nel settembre 1939, iniziò la Seconda Guerra Mondiale. I nazisti conquistarono territori con milioni di ebrei. Iniziarono a concentrarli in ghetti, quartieri recintati e sorvegliati dove le condizioni di vita erano terribili. Fame, malattie e sovraffollamento causarono migliaia di morti.

Le deportazioni verso i campi di concentramento diventarono sempre più frequenti. Inizialmente questi campi servivano per imprigionare oppositori politici e lavoratori forzati, ma la situazione stava per peggiorare drasticamente.

Fase 3: Il punto di svolta – l’invasione dell’URSS (giugno 1941)

Tutto cambiò il 22 giugno 1941, quando la Germania invase l’Unione Sovietica con l’Operazione Barbarossa. Fin dall’inizio della pianificazione, l’esercito tedesco e le autorità di polizia avevano l’intenzione di condurre una guerra di annientamento contro il governo comunista “giudeo-bolscevico” dell’Unione Sovietica e i suoi cittadini, in particolare gli ebrei.

Qui entrarono in azione le Einsatzgruppen – squadroni della morte delle SS che seguivano l’esercito. Inizialmente presero di mira gli uomini ebrei, i funzionari del partito comunista e dello Stato sovietico e i rom. Tuttavia, nell’agosto del 1941, iniziarono a massacrare intere comunità ebraiche, a prescindere dall’età e dal sesso.

Le fucilazioni erano sistematiche e terrificanti. Un esempio: tra il 29 e il 30 settembre 1941, le SS e le unità di polizia tedesche uccisero 33.771 ebrei a Babyn Yar, un fossato vicino a Kiev. In soli due giorni.

Fase 4: La “Soluzione Finale” (autunno 1941)

Non è chiaro quando esattamente Hitler decise di eliminare fisicamente tutti gli ebrei europei, ma probabilmente avvenne nel 1941, durante l’invasione dell’Unione Sovietica. Il 31 luglio 1941, Hermann Göring, uno dei massimi gerarchi nazisti, incaricò Reinhard Heydrich di preparare un piano per la “soluzione finale della questione ebraica”.

Questo termine in codice, “Soluzione Finale”, divenne il nome dello sterminio sistematico e premeditato degli ebrei di tutta Europa, piano che in un momento imprecisato del 1941 venne autorizzato dallo stesso Adolf Hitler.

Uno dei numerosi forni crematori di Auschwitz
Uno dei numerosi forni crematori di Auschwitz (fonte: YouTube)

Fase 5: La Conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942)

Il 20 gennaio 1942, quindici alti funzionari nazisti si riunirono in una villa sul lago di Wannsee, vicino a Berlino. È importante capire una cosa: la conferenza di Wannsee non fu il momento in cui decisero di uccidere gli ebrei. Quando questi burocrati si sedettero al tavolo, lo sterminio era già in corso da mesi.

La conferenza rappresentò invece la tappa fondamentale per il coordinamento e la sincronizzazione dello sterminio a livello continentale europeo. In pratica, discussero di come organizzare il genocidio in modo efficiente e burocratico. Secondo Heydrich, i provvedimenti contenuti nella Soluzione Finale avrebbero dovuto colpire circa 11 milioni di ebrei residenti in Europa.

Chi doveva morire?

Secondo l’ideologia nazista, le vittime designate erano:

  • Tutti gli ebrei d’Europa – considerati una “razza inferiore” e una minaccia esistenziale
  • Rom e Sinti – le popolazioni nomadi
  • Persone con disabilità – già uccise nel programma Aktion T4 dal 1939
  • Omosessuali
  • Oppositori politici e comunisti
  • Prigionieri di guerra sovietici
  • Slavi – considerati “subumani” da sfruttare come schiavi

L’obiettivo finale era creare un’Europa “purificata”, abitata solo da quella che i nazisti consideravano la “razza ariana”.

Dalle fucilazioni alle camere a gas

Le fucilazioni di massa delle Einsatzgruppen crearono problemi ai nazisti. Da un lato causavano crolli psicologici nel personale coinvolto, che riceveva razioni supplementari di alcolici e operava spesso completamente ubriaco. Dall’altro, erano considerate troppo “lente” per raggiungere i numeri previsti.

Per questo i nazisti costruirono i campi di sterminio come Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Sobibor, Belzec, Chelmno e Majdanek. Qui usavano camere a gas mascherate da docce, dove uccidevano centinaia di persone alla volta. Le SS tedesche e le unità di polizia uccisero quasi 2.700.000 ebrei nei campi di sterminio, tramite asfissia con gas velenoso o tramite fucilazione.

L’escalation del male

L’Olocausto non fu quindi il risultato di una singola decisione, ma di un processo che crebbe in fasi precise:

  1. 1933-1939: Discriminazione legale e privazione dei diritti
  2. 1939-1941: Ghettizzazione e deportazioni nei territori conquistati
  3. Estate 1941: Fucilazioni di massa in Unione Sovietica
  4. Autunno 1941: Decisione dello sterminio totale
  5. Gennaio 1942: Coordinamento burocratico a Wannsee
  6. 1942-1943: Costruzione e piena operatività dei campi di sterminio

Il risultato fu il genocidio più industrializzato e burocraticamente organizzato della storia: sei milioni di ebrei uccisi, più milioni di altre vittime tra rom, disabili, omosessuali, oppositori politici e prigionieri di guerra. Comprendere che l’Olocausto non è nato da un giorno all’altro ci insegna qualcosa di fondamentale: il male estremo non arriva improvvisamente. Inizia con la discriminazione, con leggi ingiuste, con l’odio normalizzato. Poi cresce gradualmente, fino a diventare genocidio.

Ricordare questa evoluzione significa vigilare sui primi segnali, non aspettare che sia troppo tardi. Perché la storia ci ha dimostrato che quando l’odio diventa sistema, le conseguenze sono devastanti.

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