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Home » Innovazione » Scienza » Chi era Erwin Schrödinger, lo scienziato che con un gatto sfidò Einstein e rivoluzionò la Fisica

Chi era Erwin Schrödinger, lo scienziato che con un gatto sfidò Einstein e rivoluzionò la Fisica

Il fisico austriaco che sfidò Einstein con un esperimento mentale rimasto famoso: un gatto rinchiuso in una scatola, vivo e morto allo stesso tempo.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino29 Novembre 2025
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gatto nella scatola
gatto nella scatola
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C’è una foto di gruppo che ha fatto la storia. Perché? Perché diciassette persone su ventinove hanno vinto il Nobel. Accadde davvero nel 1927 a Bruxelles, durante il quinto congresso Solvay dedicato alla fisica quantistica. Tra quei geni c’erano Einstein, Marie Curie, Heisenberg e molti altri. In ultima fila, elegante con un completo chiaro e occhiali tondi, spuntava Erwin Schrödinger: l’uomo che avrebbe legato per sempre il suo nome a un gatto molto particolare.

Nato a Vienna nel 1887 da una famiglia colta, Schrödinger dimostrò fin da giovane un talento straordinario per matematica e fisica. Dopo gli studi all’università viennese, combatté nella Prima guerra mondiale dal lato austriaco. Nel 1920 sposò Annemarie, ma la loro vita matrimoniale fu tutt’altro che convenzionale: entrambi ebbero diverse relazioni parallele, vivendo quello che oggi chiameremmo poliamore. Lui si interessava di filosofia orientale e buddismo, lei condivideva questa apertura mentale. Quando Schrödinger mise incinta Hilde March, moglie di un collega, riuscì persino a far assumere il marito dalla stessa università per trasferirsi tutti insieme.

All’inizio del Novecento la fisica attraversava una crisi profonda. La teoria della relatività aveva già scosso le certezze newtoniane su spazio e tempo. Ma c’era un altro problema: le leggi della fisica classica non funzionavano con gli atomi. Gli elettroni si comportavano in modo bizzarro, saltando tra orbite fisse senza passare dagli spazi intermedi.

Nel 1926, mentre si trovava in un sanatorio svizzero per curare la tubercolosi, Schrödinger formulò la sua equazione più celebre. Questa permetteva di descrivere gli elettroni come onde anziché come particelle, mettendo ordine nella caotica fisica quantistica dell’epoca. Il successo fu immediato: persino Einstein e Planck si entusiasmarono. L’equazione funzionava benissimo per spiegare i fenomeni subatomici ed era più comprensibile rispetto alle complicate matrici matematiche che altri fisici usavano. Questo lavoro gli valse il Premio Nobel nel 1933.

Ma qualcosa andò storto quando Niels Bohr e Werner Heisenberg, della scuola di Copenaghen, interpretarono quella teoria in chiave probabilistica. Secondo loro, la posizione futura di un elettrone poteva essere descritta solo attraverso probabilità, non con certezze. Anche conoscendo tutti i dati iniziali, non si poteva prevedere esattamente cosa sarebbe successo: esisteva una casualità intrinseca nella natura.

Questo scontrava completamente con la visione classica della fisica, dove ogni effetto ha una causa precisa e tutto è prevedibile se si hanno abbastanza informazioni. Per Schrödinger e Einstein, questa interpretazione era inaccettabile. Einstein lo disse chiaramente: “Dio non gioca ai dadi”. Schrödinger rifiutava l’idea che gli elettroni saltassero qua e là “come pulci”.

Per dimostrare quanto fosse assurda questa visione probabilistica, Schrödinger inventò un esperimento mentale diventato leggendario. Immaginate una scatola chiusa contenente un gatto, un contatore geiger, una fiala di veleno e atomi radioattivi. Se l’atomo decade, il contatore si attiva, rompe la fiala e il gatto muore. Secondo l’interpretazione di Copenaghen, finché non si apre la scatola per misurare, l’atomo è contemporaneamente decaduto e non decaduto. Ma allora anche il gatto dovrebbe essere sia vivo che morto allo stesso tempo, almeno fino all’apertura della scatola.

 

Erwin Schrödinger
Erwin Schrödinger (foto di Nobel foundation – Pubblico dominio/ Wikimedia Commons)

Un paradosso evidente, pensava Schrödinger. Eppure questo esperimento non demolì la teoria quantistica: al contrario, divenne uno degli esempi più famosi per spiegare la stranezza del mondo subatomico. Alla fine fu dimostrato che le due formulazioni matematiche, quella di Schrödinger (pubblicata il 29 novembre 1935)  e quella di Heisenberg, erano equivalenti e descrivevano la stessa realtà fisica.

Quando Hitler salì al potere, Schrödinger fu tra i pochi professori non ebrei che rifiutarono di giurare fedeltà al regime nazista. Dopo aver visto studenti ebrei picchiati dalle SA, capì che la Germania non era più il suo posto. Lasciò Berlino nel 1933 e si trasferì a Oxford, dove ricevette il Nobel quello stesso anno insieme a Paul Dirac.

Morì a Vienna nel 1961, lasciando un’eredità scientifica enorme. La sua equazione continua a essere fondamentale per la fisica moderna, mentre il suo gatto immaginario resta l’esempio più popolare per raccontare i misteri della meccanica quantistica, quel mondo dove le regole del quotidiano smettono di valere e la realtà diventa molto più strana di quanto possiamo immaginare.

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