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Home » Innovazione » Scienza » Credevamo fossero sette. In realtà le Pleaiadi sono un mondo e gli astronomi si sono stropicciati gli occhi

Credevamo fossero sette. In realtà le Pleaiadi sono un mondo e gli astronomi si sono stropicciati gli occhi

Le Pleiadi sono solo il nucleo di una struttura di 2.000 anni luce. La scoperta rivoluzionaria è stata possibile grazie a nuovi strumenti.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino14 Novembre 2025
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L'incantevole visione delle Pleiadi
L'incantevole visione delle Pleiadi (fonte: Unsplash)
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Per secoli, le Pleiadi hanno brillato nel cielo notturno come uno degli ammassi stellari più riconoscibili e studiati dell’astronomia. Conosciute anche come le “Sette Sorelle” nella costellazione del Toro, queste stelle hanno accompagnato la storia dell’umanità, dalle antiche leggende fino ai moderni calcoli scientifici. Eppure, una nuova ricerca dell’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill ribalta completamente la nostra comprensione di questo gruppo stellare.

Gli astronomi hanno scoperto che le Pleiadi che osserviamo sono soltanto il nucleo denso di una struttura stellare molto più vasta, che si estende per quasi 2.000 anni luce nello spazio. Questo complesso, battezzato “Greater Pleiades Complex” dal team di ricerca, include almeno tre gruppi stellari già noti in precedenza e probabilmente altri due ancora da confermare. Tutti questi astri condividono la stessa origine: sono nati dalla stessa gigantesca nursery stellare circa cento milioni di anni fa.

dettaglio delle Pleiadi
dettaglio delle Pleiadi (fonte: Unsplash)

La scoperta è stata possibile grazie all’integrazione di dati provenienti da tre diverse missioni spaziali e terrestri. Il satellite TESS della NASA, progettato per individuare esopianeti, ha fornito informazioni cruciali sui periodi di rotazione delle stelle. Il telescopio spaziale Gaia dell’Agenzia Spaziale Europea ha mappato con precisione millimetrica le posizioni e i movimenti degli astri. Infine, lo Sloan Digital Sky Survey ha analizzato la composizione chimica di questi corpi celesti.

Andrew Boyle, primo autore dello studio, ha spiegato che solo integrando i movimenti stellari di Gaia, le rotazioni di TESS e la chimica dello SDSS è emerso un quadro coerente, come assemblare un puzzle dove ogni dato forniva un pezzo diverso del disegno complessivo.

Ma come hanno fatto gli scienziati a determinare che stelle apparentemente distanti tra loro appartengono alla stessa famiglia? La chiave sta nella rotazione stellare, che funziona come un orologio cosmico naturale. Le stelle rallentano progressivamente la loro rotazione invecchiando, seguendo leggi fisiche precise e prevedibili. Misurando quanto velocemente ruotano stelle simili al Sole, gli astronomi possono calcolarne l’età con notevole precisione.

Il satellite TESS, pur essendo stato costruito per catturare i minimi cali di luminosità causati da pianeti in transito davanti alle loro stelle, registra anche variazioni periodiche di luce provocate dalle macchie stellari. Queste variazioni rivelano il periodo di rotazione dell’astro. Combinando questa informazione con i dati di movimento di Gaia, diventa possibile identificare stelle coeve che si muovono insieme nello spazio, anche dopo che il loro ammasso originario si è disperso nel corso di milioni di anni.

La ricerca fornisce anche un modello per trovare altre famiglie stellari disperse che si nascondono in bella vista nella Via Lattea. Poiché la rotazione rallenta in modo prevedibile con l’età per le stelle simili al Sole, l’approccio del team può in teoria datare un numero enorme di stelle e raggrupparle per origine comune.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica The Astrophysical Journal.

 

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