Mentre l’H5N1 continua a contagiare lavoratori delle fattorie americane (71 casi nel 2024), l’Organizzazione mondiale della sanità ha confermato il primo caso umano nella storia di un nuovo sottotipo: l’influenza aviaria H5N5. La vittima è un adulto dello Stato di Washington, deceduto il 21 novembre 2025 dopo un ricovero per gravi problemi respiratori. L’uomo, che aveva già altre patologie, possedeva pollame domestico e si è infettato attraverso il contatto diretto con i suoi animali.
I primi sintomi sono comparsi nell’ultima settimana di ottobre: febbre e malessere generale si sono rapidamente aggravati in una severa infezione ai polmoni. I test hanno inizialmente rilevato un’influenza generica, poi l’Università di Washington ha ipotizzato un ceppo H5. La conferma definitiva è arrivata il 20 novembre dai Centers for Disease Control and Prevention, che attraverso il sequenziamento genetico hanno identificato l’H5N5, un sottotipo mai registrato prima negli esseri umani.
Questo primo caso assoluto di H5N5 nell’uomo segna una nuova evoluzione dell’ecosistema influenzale globale. Se l’anno scorso l’allarme riguardava l’H5N1 diffuso nelle fattorie di bovini americane (che ha causato 71 contagi umani nel 2024), oggi emerge questo sottotipo virale mai registrato prima nelle persone.
Il dottor Calogero Terregino, responsabile del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, rassicura parzialmente: non c’è stata alcuna trasmissione tra persone e il virus non presenta caratteristiche genetiche che lo rendano particolarmente aggressivo verso l’uomo. “Rimane un virus tipicamente aviario, poco adatto ai mammiferi”, spiega l’esperto, attribuendo la gravità del caso alle condizioni di salute già compromesse della vittima.
Tutti i contatti stretti del paziente sono risultati negativi ai test. L’Oms valuta quindi il rischio basso per la popolazione generale, ma da basso a moderato per chi lavora professionalmente con volatili o animali potenzialmente infetti.

Parallelamente, il continente europeo sta affrontando un’ondata senza precedenti di influenza aviaria tra gli uccelli. Tra settembre e novembre 2025 sono stati registrati 1.443 casi di aviaria altamente patogena H5 in uccelli selvatici di 26 Paesi europei, con 16 rilevamenti in Italia. Rispetto al 2024 i casi sono quadruplicati, raggiungendo il numero più alto dal 2016. Il 99% riguarda il ceppo H5N1.
Edoardo Colzani, responsabile del Dipartimento Virus respiratori del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avverte che sebbene il rischio attuale sia contenuto, l’influenza aviaria rappresenta una grave minaccia per la salute pubblica. La massiccia circolazione del virus tra gli uccelli aumenta le probabilità di esposizione umana. Senza misure aggiuntive, avvertono gli esperti europei, ci sarà probabilmente un incremento dell’incursione virale negli allevamenti e una maggiore mortalità tra animali selvatici e mammiferi.
Il virus H5N1 è stato scoperto per la prima volta nelle oche domestiche cinesi nel 1996 e da allora si è diffuso attraverso gli uccelli migratori in diversi continenti. Dal 2021 ha contagiato oltre 50 specie di mammiferi, tra cui orsi, lontre, elefanti marini, delfini, trichechi, gatti e volpi. Dal 2024 si è diffuso anche negli allevamenti americani di vacche da latte. In totale, dall’inizio sono stati segnalati circa 900 casi umani di H5N1, quasi sempre in persone che lavoravano con pollame.
Il Centro europeo ha pubblicato una guida per gli Stati membri con raccomandazioni che includono sorveglianza intensiva, potenziamento del sequenziamento genomico, disponibilità di protezioni individuali per operatori a rischio e comunicazione trasparente. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha introdotto misure urgenti: interrogare pazienti con sintomi influenzali nelle zone focolaio sui contatti con animali, protezioni rafforzate per allevatori, cacciatori e veterinari, e monitoraggio di 10-14 giorni per chi è stato esposto.
L’Italia ha approvato un nuovo piano nazionale che prevede rafforzamento della biosicurezza, limitazione degli accessi agli allevamenti e barriere fisiche contro la fauna selvatica, con attenzione particolare a Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Per la prima volta nel nostro Paese è programmata una campagna vaccinale per tacchini e galline ovaiole, con fondi per compensare gli allevatori coinvolti nelle riduzioni degli animali.
L’epidemiologo Massimo Ciccozzi sottolinea l’importanza della prevenzione: “L’ipotesi che ci sarà una prossima pandemia è nella storia dell’umanità, non sappiamo di cosa e quando”. La preoccupazione deriva dalla quantità di virus circolante negli uccelli. “Dobbiamo evitare che infetti così tanti animali, perché ogni volta muta e nessuno ci assicura che un giorno non faccia un salto nell’uomo innescando la trasmissione interumana: con il tasso di letalità alto dell’influenza aviaria, è un’ipotesi da scongiurare”.
Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, aveva commentato che il mondo scientifico non ha dubbi sul fatto che l’aviaria sarà la prossima pandemia, si tratta solo di stabilire quando. L’approccio One Health, che integra salute animale, umana e ambientale, richiede azioni coordinate di sorveglianza: la salute degli ecosistemi è strettamente legata alla nostra.



