Un nuovo studio condotto da Corien Bakermans, microbiologa della Pennsylvania State University, ha analizzato il comportamento di due specie di tardigradi a contatto con il regolite simulato, ovvero un composto minerale che riproduce in laboratorio il suolo del pianeta rosso. I risultati, pur non privi di sorprese, aprono scenari promettenti per il futuro dell’agricoltura spaziale.
I tardigradi sono animali microscopici, di solito non superano il mezzo millimetro, eppure il loro curriculum di sopravvivenza è impressionante. Si trovano praticamente ovunque sul pianeta: nelle foreste pluviali, nelle nevi perenni, nei fondali oceanici e persino nelle grondaie dei tetti. Quando le condizioni esterne diventano insostenibili, entrano in uno stato di disidratazione quasi totale chiamato “tun”, rallentando il metabolismo fino quasi a zero. Una proteina specifica protegge il loro DNA dai danni, e i meccanismi di riparazione cellulare funzionano con un’efficienza che molti organismi superiori potrebbero invidiare.
Non sono solo curiosità biologiche: in un ecosistema del suolo funzionano sia da predatori che da prede, contribuendo a regolare le comunità microbiche. Proprio questa funzione regolatrice li rende candidati interessanti per un futuro sistema agricolo extraterrestre.
I ricercatori hanno esposto entrambe le specie a due diversi simulanti del regolite marziano: MGS-1 e OUCM-1. Come controllo, altri gruppi sono stati sistemati nella comune sabbia di spiaggia terrestre. I risultati dei primi giorni non sono stati incoraggianti: già dopo quattro giorni, il numero di esemplari vivi e attivi è crollato in entrambi i simulanti. L’MGS-1 si è rivelato particolarmente letale (tutti gli esemplari di Hypsibius erano morti entro appena due giorni). Anche il Ramazzottius ha subito perdite significative, seppur con una resistenza leggermente maggiore.
A quel punto, i ricercatori hanno deciso di lavare il simulante MGS-1 con acqua e ripetere l’esperimento. La svolta è arrivata proprio qui: i tardigradi esposti al regolite risciacquato sono sopravvissuti molto più a lungo, mostrando livelli di attività paragonabili a quelli registrati nella sabbia terrestre. Spiega Corien Bakermans:
“Sembra che nell’MGS-1 ci sia qualcosa di molto dannoso che si dissolve in acqua, forse sali o qualche altro composto. È inaspettato, ma positivo: significa che il meccanismo difensivo del regolite potrebbe bloccare i contaminanti, ma può anche essere rimosso per sostenere la crescita delle piante”.

La ricerca risponde a una doppia esigenza. Da un lato, capire se il suolo marziano rappresenta una minaccia per gli esseri umani e per gli organismi che potrebbero accompagnarli nello spazio. Dall’altro, valutare se quel suolo possa essere bonificato e reso fertile abbastanza da supportare la coltivazione di piante. I tardigradi, in questo schema, non sono soltanto cavie: sono un indicatore biologico prezioso.
Restano ancora molti punti da chiarire. Il composto esatto responsabile della tossicità dell’MGS-1 non è ancora stato identificato: pH e salinità sono già stati esclusi, ma sostanze chimiche tossiche, minerali reattivi o particelle ultrafini che ostacolano i movimenti degli animali restano ipotesi aperte. Radiazioni, pressione atmosferica e temperature estreme di Marte, poi, non sono state considerate in questo studio — variabili che complicano ulteriormente il quadro.
Nonostante i limiti, ogni passo avanti conta. La scienza che porterà l’umanità su Marte si costruisce mattone dopo mattone — e, a quanto pare, tardigrado dopo tardigrado.



