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Home » Innovazione » Scienza » La Fisica degli alieni non è come la nostra (per questo potremmo intenderci pochissimo)

La Fisica degli alieni non è come la nostra (per questo potremmo intenderci pochissimo)

Un fisico del CERN espone un'interessante teoria sugli alieni: sono così avanzati che (forse) non comunicheranno mai con noi.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino3 Novembre 2025
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cartello sugli alieni
Cartello sul passaggio di astronavi aliene (fonte: Unsplash)
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E se gli extraterrestri esistessero davvero, ma fossero così diversi da noi da non poter nemmeno parlare della stessa scienza? È questa la domanda provocatoria che Daniel Whiteson, fisico e apprezzato divulgatore scientifico che lavora al CERN (il più grande laboratorio di fisica al mondo), solleva nel suo nuovo libro “Do Aliens Speak Physics?”, scritto insieme al fumettista Andy Warner.  Da sempre diamo per scontato che la matematica e la fisica siano linguaggi universali: se un giorno incontreremo una civiltà aliena, pensiamo di poter comunicare con loro attraverso le formule e le leggi della natura. Ma Whiteson sfida questa certezza apparentemente ovvia, suggerendo che la fisica come la conosciamo potrebbe essere profondamente umana: il modo in cui facciamo domande, le risposte che cerchiamo e perfino il nostro percorso verso la conoscenza scientifica potrebbero essere caratteristiche peculiari della nostra specie.

 

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Per esplorare questa idea, Whiteson parte dall’equazione di Drake, una formula matematica che gli scienziati usano per calcolare quante civiltà intelligenti potrebbero esistere nella galassia. Questa equazione considera vari fattori come il numero di stelle, pianeti abitabili e lo sviluppo della vita. Ma Whiteson aggiunge un elemento nuovo e inquietante: non basta trovare alieni intelligenti e tecnologicamente avanzati. Dobbiamo trovare alieni che facciano scienza nel nostro stesso modo, altrimenti ogni scambio di conoscenze potrebbe rivelarsi impossibile.

Una delle riflessioni più sorprendenti riguarda la differenza tra tecnologia e scienza. Gli esseri umani hanno usato strumenti di pietra per milioni di anni. Abbiamo inventato la scrittura, scoperto come fermentare il cibo per conservarlo, lavorato i metalli e sviluppato l’agricoltura, tutto senza capire veramente come funzionassero questi processi dal punto di vista scientifico. La mentalità scientifica accelera il progresso tecnologico, certo, ma non è indispensabile.

Quindi una civiltà aliena potrebbe costruire astronavi capaci di viaggiare tra le stelle senza avere quello che noi chiamiamo “metodo scientifico”. Potrebbero arrivare qui con tecnologie straordinarie sviluppate in modi completamente diversi dai nostri.

C’è poi un concetto filosofico affascinante chiamato “emergenza”. In sostanza ci si chiede: perché l’universo è comprensibile? Noi riusciamo a usare formule matematiche relativamente semplici per descrivere fenomeni molto complessi. Ma non sappiamo se questa semplicità sia una proprietà reale dell’universo o semplicemente il modo in cui il nostro cervello filtra la complessità del mondo.

Se l’emergenza è davvero una caratteristica fondamentale della realtà, allora gli alieni studieranno pianeti e particelle proprio come facciamo noi, vedendo le stesse strutture e gli stessi pattern. Ma se invece è solo una peculiarità della percezione umana, gli alieni potrebbero vedere storie completamente diverse quando osservano lo stesso universo. Potrebbero addirittura percepire l’universo in modi per noi inimmaginabili, magari “mangiando” gli elettroni invece di vederli.

Whiteson suggerisce che provare a comunicare con gli animali terrestri potrebbe prepararci meglio all’incontro con gli alieni. Il fatto che non riusciamo ancora a comprendere pienamente il canto delle balene o i clic dei pipistrelli dimostra che abbiamo molto da imparare sulla comunicazione tra specie diverse. Questi tentativi potrebbero rivelarci barriere e preconcetti che non abbiamo ancora superato.

Dal punto di vista di un fisico, lo scenario peggiore non sarebbe scoprire che siamo soli nell’universo. Sarebbe scoprire che esistono altre civiltà ma che nessuna di loro fa scienza come la facciamo noi. Potrebbero non essere interessati alle nostre domande, cercare risposte diverse o percepire una porzione completamente diversa dell’universo. Saremmo soli al tavolo della grande conferenza scientifica intergalattica.

Eppure, paradossalmente, proprio questo scenario sarebbe il più affascinante dal punto di vista filosofico. Solo confrontandoci con qualcuno che fa le cose in modo radicalmente diverso potremmo capire veramente cosa significhi essere umani. Potremmo finalmente scoprire quali aspetti della nostra scienza derivano dalla struttura oggettiva dell’universo e quali invece sono semplicemente il risultato della nostra biologia, del nostro cervello, della nostra storia evolutiva.

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