Avete presente quella vocina nella vostra testa che commenta le vostre azioni, vi dice cosa fare o vi ricorda qualcosa? Si chiama “discorso interiore” ed è qualcosa che la maggior parte di noi sperimenta ogni giorno, spesso senza nemmeno accorgersene. Ma cosa succede quando il cervello non riesce più a riconoscere che quella voce è la propria? Purtroppo, le persone affette da schizofrenia vengono “assalite” da voci mentali che non riconoscono e che potenzialmente possono indurle a gesti gravissimi.
Un team di psicologi dell’Università del New South Wales (UNSW) di Sydney ha trovato la prova più solida finora che sentire le voci nella schizofrenia potrebbe essere causato dall’incapacità del cervello di riconoscere il proprio discorso interiore. La ricerca, pubblicata sulla rivista Schizophrenia Bulletin, mostra che quando parliamo (anche solo nella nostra testa), la parte del cervello che elabora i suoni esterni diventa meno attiva perché il cervello “prevede” il suono della nostra voce. Nelle persone che sentono le voci, però, questa previsione fallisce e il cervello reagisce come se la voce provenisse da qualcun altro.
Il professor Thomas Whitford della UNSW, che guida questo studio, spiega in modo semplice cosa accade normalmente nel nostro cervello. Quando ci prepariamo a parlare, il cervello invia una sorta di “avviso” che riduce la reazione ai suoni che stiamo per produrre. È come se il cervello dicesse: “Ehi, questo suono lo sto producendo io, non c’è bisogno di farci troppo caso”. Questo meccanismo funziona sia quando parliamo ad alta voce sia quando parliamo solo nella nostra mente.
Ma nelle persone con schizofrenia che sentono le voci, questo sistema di “avviso” non funziona correttamente. Anzi, accade qualcosa di sorprendente: invece di ridurre l’attività cerebrale, il cervello reagisce in modo ancora più forte al discorso interiore, come se provenisse davvero da qualcun altro. Questo spiega perché le voci sembrano così reali a chi le sente.
Per verificare questa teoria, i ricercatori hanno studiato 142 persone divise in tre gruppi: 55 persone con schizofrenia che avevano sentito voci nell’ultima settimana, 44 persone con schizofrenia che non avevano mai sentito voci (o non le sentivano da tempo) e 43 persone sane senza schizofrenia.
Ogni partecipante è stato collegato a un elettroencefalogramma (EEG), uno strumento che registra l’attività elettrica del cervello attraverso sensori sulla testa. Durante l’esperimento, le persone dovevano immaginare di dire nella loro mente le sillabe “bah” o “bih” proprio nel momento in cui sentivano una di queste sillabe riprodotta in cuffia. I partecipanti non sapevano mai quale delle due sillabe avrebbero sentito.

I risultati sono stati chiari. Nelle persone sane, quando la sillaba immaginata corrispondeva a quella sentita in cuffia, l’attività cerebrale nella corteccia uditiva (la parte del cervello che elabora i suoni) si riduceva. Questo dimostra che il cervello stava effettivamente “prevedendo” il suono e riducendo la sua reazione.
Ma nelle persone che avevano sentito voci di recente, è successo esattamente l’opposto: invece della normale riduzione, il cervello mostrava una reazione ancora più intensa quando il discorso immaginato corrispondeva al suono esterno. Il loro cervello reagiva più fortemente al discorso interiore che corrispondeva al suono esterno, l’esatto contrario di quanto trovato nei partecipanti sani.
Le persone del secondo gruppo (con schizofrenia ma senza allucinazioni recenti) mostravano un pattern intermedio tra i due estremi.
Questa idea esiste da circa 50 anni, ma è sempre stato molto difficile testarla perché il discorso interiore è per natura privato e difficile da misurare. Ora, grazie all’EEG, i ricercatori hanno ottenuto la conferma più forte finora che i cervelli delle persone con schizofrenia interpretano erroneamente il discorso immaginato come discorso prodotto esternamente.
Cosa significa tutto questo per il futuro? Il professor Whitford e il suo team vogliono ora capire se questa misurazione può essere usata per prevedere chi potrebbe sviluppare psicosi. Questa scoperta potrebbe diventare un “biomarcatore” (un indicatore biologico) per identificare precocemente le persone a rischio, permettendo interventi tempestivi. Comprendere le cause biologiche dei sintomi della schizofrenia è un primo passo necessario per sviluppare nuovi trattamenti efficaci.



